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D ID IO
GIVLIANO
D R A M A. ^
D I D IO
GIVLIANO
BRAMA
Rapprefentato nel nuouo Teatro Ducale in PIACENZA,
E CONSACRATO
A SVA ALTEZZA SERENISSIMA
IL SIG.°'^ DVCA
PADRON CLEMENTISSIMO.
Poesìa del Dottor Lotto Lotti , e Mufica di Don Bernardo Sabadini ambidue Seruitori Attuali della Sudctta Altezza Serenillima^
?ARMA, M.DC.LXXXVIJ.
"J[ella Scampana Ducale.
SERENISSIMA ALTEZZa!
ER ricuperare i lumi del- la ragione perdura in vn laberinto d' in- ganni orditi alla Cefarea grandezza ^ la- fcia le fponde del Tebro Didio Giulia- no, e su quelle fi porta, doue nello Spec-^ chio lucidiffimo dell' Idèa delPrencipe, eli è lo Rcffo , che dire in V. A. S, confi- dcrando ad' vn chiaro riifleffo il fimun Jacro della prudenza , apprenderà quei dogmi , che rendono i Rannùccij ne Ga-- binerei , e ne gouerni pari di fenno à gì* AlejOfandri ne campi Martiali : Io fratan- to confiderando che il prencipe non o- A 5 pera^
pera, che non prenda dal Cielo ÌI princi- pio di quelle operazioni , che lo deiiono far campeggiare nel Mondo : A' V. A. S. adunque ^ che sà con equilibrata lance compartire il premio , che fi dcue al merito , & alla virtù , già, che mi conce- de il lafciarlo palTeggiare le Scene fui nuouo Teatro <sretto dalla fplendidezza^ e magnificenza di fpirito , che in U. A S, rifiede , porgo le mie riuerentiffime fup-- pliche , accioche fi degni rimirarlo con' occhio benigno , & aggradirlo , che in tal guifa animato faprà coprire in parte le fue imperfezioni , e conofcer sè lleffo. Quel dolce Padrocinio però/otto il qua-, le viuo placidamente Suddito Obligatifp^^ fimo 5 e Seruo Fedeliffimo dell' A. V. S. me chiaro teftimonio deiraggradimen- to , onde così afficurato profondamente inchinandomele , mi fottofcriuo
DiV.A.S.
Vmìltfs.VeuotifsSer, e Suddito Fedelisfmo GiufcppeCalui.
FAUOLEGGIAMENTO
VNITO ALL' ISTORIA.
Siimelo gigante a commette- re qud fi voglia fceleratez,^ za il dejtderio di Regno : Scordafi le leggi del giufio^ non fi rammenta quelle del [angue colui y che brama ti dominio ponendo mano anche ne Sacrilegi, fe i Sacrilegi il poffono mettere a federe fui Trono Reale . ^ai giuramenti , qtiai flra^- tagemi y quale frodi non ado^r a Vna Corne- lia per tema di non perdere lo Scettro Im^ feriale di Roma? Tanf opra , che induce il proprio Marito Pertinace vfurpatore del fo- glio, a fepeUire fra l'ombre dvna carcere /t tutti y fuorché a se fteffo , ignota il vero Tralcio Cefareo DidioGiulianO y acclamato per Sourano più volte dal Popolo . M)l che ! giun- ge de fuoi giorni aWoccafo Pertinace , e ri- mane Cornelia fenza Spofo ^e fenza Regno. Tuttauìa autda di ricalcare ti perduto fogUq fofpinge Settimio fecondo del ^ angue ad'ajfu-
A 4 nteré:
mèri H gouerm^ài \ chi T dlUréy Ufe M Spofz li promette j e fa che i Preiortàni lo - fi orfano ni' foglio , the Didio
le gif imo Succejjore y per opra ftia y e dello Jleffo Settimio , per .mche fptrt t aure dvnti "vita infelice entro 'vna carcere ^ &loro però ignotit^ fuorché àd' vn incognito feruo y che '^er commmdo dt Pertinace li fommtniftra il pitto y per vna ruota di ferro y che refiace^ lata amh' effa y fra rinchiufi appartamenti : P^iene Adunque ì^^ mero ^accidente in vn* antica faU , che conttnumdo dd' alcune Stanze y alla prima rifponde appun- to in cui e rinferrato l'infelice : Ma non (i to- po li vien pojìa la Corona fui Capo centra- jlatali da Tribuni.per desìo iìnuenìre ille^ gitimo poffejfòrésdell' irn^ che ^^e(Ìi Itheratù in punto dulìa Carcere y per ordine diPèrtmace moribondo, d^ PUcilla Da- ma delSangfiee per tauanti amante del fu- detto Didih y fi Jà vedere in faccia dì Setti- Wio ,e it fa decorre l alloro : Ma perche gè-- iofa della propria vita fe ne va coperta d'v^ -velo Placilla ad' aprirli la porta della prigio- ne r^ella Sala fudetta ; Bgli non concepijce^:
; chi
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ehi sìd UDma n cui deut sì ftejfo > mentre fer le mani della medejima. riceue vn foglio di Pertinace in cui li, viene impo(Ìo ad' if-^ fojare la DamSy che lo dtfcioglie da i lacci: Mentre dunque , Didio ricerca la Dama a cui deue la fe di Spo[o y riforge Cornelia con nuoui inganni, e con tai Jlratagemi fi fa co- nofcere :>ofifa credere liberatrice di Didio, che quafi il me de fimo Regnante perde ogni f e nf 0 : Scopre Didio alla fine le frodidiqueUa femina rea $ e come fua liberatrice , & Aman- te conofce in ifpofa Pldcilla , affume t alloro Cei* fdreo, e fi fa vedere nella Religione vn nuo* uo Numa in Roma:
Per la parte vera dell' Jfi or ia vedi Gel RhocL TitXiu,
A ; STV
' STVDIOSO LETTORE.
, che cfammcrai con diligenza queftoDrama per comporre il quale fio fuifccrató lo Spa^* gnuolo traendone vnà gran parte dal C amanza, c jfej^o il variar fenjtero : perciò ti prego a farla da (aggio , & a confiderare , che fé. quelli è il vero Maellrodi qucft' arte, Im mitandolo poco poffo hauer errato ne dogmi : Non rifflettere ad' vno ft ile così debole 5 perche fai ^ che ciò che fi ^ende ofcuro nel verfo , non riefce poi chiaro a gì* idioti , maffime fra le confo- nanze dcllaMufica j elTendo hoggidì vn gran precetto il fodisfare T vdìto com- rrAine 5 abbenche però fè ne feruiffcro anche i primi Maeltri 3 di quefta verità te ne fà fede Tacito parlando di Seneca à cui bifognauaf//^ ^//ri^i^j Siculi accemeda-- tus . Legilo dunque folo in Teatro , con- 'templando \ chi lo rapprefenta vnito air ingegnofa armonìa del Sig. D. Bernardo
Sabadini eroico conìpofitorc de noftri tempi 5 mà non applicare a trafcorrerlo con occhio curiofo fuori di Teatrg^ per- che non ne cauerai alcuna allettazionej cofa che pure da fudetti antichi qra cpn* fidcratas e Tattefla^ ^uìntÙUno Cap. HI. dePromm. Uh. XI. ^ doue dice ; VGcnmen- to funi 'vel f cenici aBores y quij & opimi s foeurum tantum adi} aunt gratin , vi nos in^ finiti magis eadem iUa auàita > quam lecia der leóìent y & vilisfimis etiam quihujdam imftT trentaureSy vt quibusnullusefi: in bthliothd'^ cis locusyfiietiafrequens in theàtris: Indarno però m'affatico a porgerti con raltrui at- teftationi quefte iuppliche peF compatì- mento, perche sò, che il vittuofo femprc confiderà con la ragione deirintclligcnf- za, e non cola paffione della malignità'-
Idiota. ti vuoiframifchiarefra la copia innumerabile di quegl'Ariftarchi , che fanno da Giudice^ e non fententiano^fe non conia loro dottrina, che fi eftendein vn'Oibòscon- fidera tù^ che con T occhio dell' intendi* A 6 mento
mento iiòn v^jaifrìui , e porta fui volto gì* occhiaii della cognitione del tuo fapere^ ctaci.
IVf^ilt rrrm L^tt^^i quanto vuoi.clie iViailgnU gii fon fatto come la Gerua antica di Cefare , che fotto il manto dVn tanto Padrocinio, volo lun- gi da i morfi de Crudeli maftìni , e men vado fenza tema , che tù più m' atterri col lacerarmi le fpoglie»
C^rkttrAtrrs ^^accordati, che, fer- V^aUUlH.U ^^^aomi alle volte delle parole Fato, Dei, Bellino, Sorte, e fimiglianti , io le fcrìuo poeticamente sl^ mà conpejina Chriftiaaa , e viuifelice.v
PERSO-
PERSONAGGI.
Didio Giuliano Gefare Augulto, Cornelia Vedoua di Pertinace. Valeria Nipote 4<?lXi|idetto , e Sorella di
- ScttÌmÌO^?)>i , yA^ISvft f 'j
Placilla Dama del Sàngue A ugufto , pòi
Spofaà Didio. Settimio Secondo del Sanguc>e fratello . di Valeria.. ^ , >tiv -jà i , tì'.\?,'4'fc'<i dio. Curtio capo de Tribuni, & Amico di Di- Faufto Prefetto de Pretoriani, & Amico
di Settimip, Flerida Donna attempata, 1 Serui di £:rnoldo Faceto.; , Qprnelia.
T Tribuni, ' \
\ Pretoriani.»
4 Paggi,.
r Serui. Choro di < Popolo.
c Gua|-die.
< Soldati.
r Apparatori.
i E/fecutori &c.
A 7 Cangia-
14
CANGIAMENTI DI SCENA •
NELLV ATTO PRIMO.
SAU éntkéL nel P^lUzzo d€ Cef/tri , che viene tuttanì/zaffàrata , confkcioUafor- ìkelU dA vm far te. Cortile attor niàto diportici , e f or te ^ che corrifp>ndonci a ^arij appartamenti^ ^ Campidoglio y che viene illuminato in tempo di notte.
NELL' ATTO SECONDO.
A Trio Regio che corrifponde alld Gale^ ria commune , & agi* appartamenti di Cornelia.
Logge Terrene interotte da dimrfe vfcite. Archiuio de Cefari.
Sotterraneo fotto gl" appartamenti di VlaciUa^ che va a shoccare nelTeuere con Sorgente da vna parte .
NELL*
NELU ATTO TERZO.
P A lazzo Pretoriano , e Frigioni fulTe- nere .
jDeliciofd nelU farte inferiore del Vdazzo de Ce fari con due forte ^ nel profpetto.
Piazza fregiata d' Archi e Trofei ^ & ador^ nata per r Incoronazione.
BALLI.
Di Paggi neir Atto Primo • Di Serui nel Secondo.
i
A % ATTO
ATTO PRIMO.
SCENA P R I M^ A^
lala antica nel PalaE2:o di Pertinace ^ che viene tuttauk regiamente adornata per l* incoronatione di Settimio -
Srnoldo bar U vm f^rie hot da V altu foìkfiUnd9 gl' A]ff aratori .
SrrK He fi tarda , c che fi fò ?
\^ Qùell'Araxzo è troppo in sùi
Abbaflfatelo di là : Parche il Trono penda in giùi
Solleuatelo di qua: Che fi tarda, e che fi fa?
Cosìftabenj vìa sù compite l'opra: ' Qiiefta Tedia fi copra Co la coltre dorata; (taì Mà, ve ne manca vn pezzo, & cftraccia- Infomma, fe il Padrone è vn pò corrìuo La Guardarobba va in diminutiuo • Scotetequei tapeti dalla poluej Olà non fi rilolue?
Non sì tofto ferrò I* vlcima volta *
GÌ' oc-
^$ ATTO PRIMO.
Gì' occhi fuoi Pertinace , che la moglie Auida di go4er Scttijmio il Drudo Ordino , che scornate ^ Ì% Per coronarlo quefta Sala , in cui Non poft per cinqu* ainnr alcuno il pie- Perche Cefare eftinto (dc; La tenne mai racchiufa ì è vn bel vcóii^ E non ne fece cafo ! (jto^ Meglio farà Settimio perfuafo;
Si volge agi* Àf paratori . ; ; E'^ terminato il rutto > orsù partite ; t Tu porta vìa que le^ni , e Tu le fcale'; Baffale in giù perché tarai del male 9 j/ Ne tòma vno indietro con U fcAl^ft^
ni or Nò torna indietro , afpettta ( vedir* Quel panno è torto in qua j Tù non lo rP che Euclidi ignorai! ti ,ò che Archi- t ll^fernó accomoda il f annone parte, (medi:
Fan coftoro gl* Architetti , ;ì:^:<|0*Ì t^jEdllirtea non fanno;
Il punto non comprendono > Il quadro non intendono.
Ne circolo , ne angolo Figure d* attaccare ad* vntrian»
(golo.
Fan 3cCf^
SCENA I.
Ma qual* orrendo Spetro a me s*afccofta ! Con ragiott quefta Sala fii ferrata*:, I è in poffcflb d' vn* anima dànnatil
S C E H A IJ. ^
PlaciUd ammantata con lettera , e chiatic in mano , e fudetto . " ^ Tlac T) Rendi,m*oirerua,e tacile Te qui dcnv X Li da vna gioia . (tro
Inoltri alcuno il piò tofto m auuifa : rrw. Che fortuna improuifa! f bile I
Queft'è pur of 0> e 1' ombra è pur palpÀv Li fente vna filano ^ Placilla apre vna ficciola porti^ ceUd da vn lato della Sala . Ma Te di queflc Porte ei tien le^ chiaui, E' vno Spirto domeftico , Se affabile j Ah Sì V intendo ; è quìui rinferrato Vn teforo , e a guardarlo è deftinato ;
ode il fuono delle Trombe , che precedono a Settimio . ©ime Settimio c qui 5 Ombra , Spirto , oue Tei?
Efce FlaciUa con vn ritratto in ma* no , e lafcia aperta la porta . Qui vicn gente fpanfci ; Tlac. Non chiuder quefìa porta,oflerua,e tacij £m. Non parlo , perche troppo fei pictolb :
Al
19 ^ ATTO primo:
Al mìo dejflìno no. ftdc (Sarà pago abbaftanzail deftr mio.)^^^^^* Ern. Gran forza, ha quefta gemma, Al rimirarla fol mi briìia il corej Io prenderò la chiaue,
Leua U chiane Ufciau FUc^ nella Torta. Cbe fé quefti è vn tcforo Spero à mìa pouertà maggior riftoro^;
S C E N A I I L
Settimio^ Jaufio^Fretoriam.Guardie^ Paggi con fioglìe Imperiali su bacili pr la Coronaz.ione,Cunio con Tribuni a parte,& Ernoldo^ che diftribuifce i luoghi ponendo i Faggi in ordinanz.^»
laufto là Pertinace efìinto \J Sii le Pire di morte Per anche fuma incenerito , e Ipcnto, Che di Quirhio il foglio All' ombra del tuo fcetro impatìente Brama il ripofo , e la quiete attende Quefte fon le vicende, Queft' è la forte , che a Tè fcriOe il Fato* f S' oggi impera Settimio io fon beato.)
C^m'afSarà vana tua Ipeme
Se viurà Didio , empio riuale , indegno)
<Sfm'.^LGià dell'Augufto Sangue
Io
SCENA ÌIJ. zt
Io fon l'riiico auan^o, e già che gli Aftri
A me gìran corceli , a voi ne vegno:
Haiirò commuiic e la ragione,eil foglio^
Darò fegni di pace
A chi la pace brama;
Ma lo sdegno armerò con quegl'indegnì
Ch'han la voglia rubella,e il core infido.
(In Tè Faufto fedele, in Tè ni affido) Fiano a Faujio. Fan. Ben faprà la mia deftra
Sortennerti fui Trono. Fiano k Setu CUYt. (Se non cadi al mìo piè^Curtio no fono) Er». Òfleruo , e non faueilo.
Ma temo, che il tefor vadi in bordello.
Afcende al foglio 5 e due Fretorìanì li pongono il manto Imperiale. Sen. Coronato d'allori immortali Il mio crine rifplenderà; E fra porpore ^ e fregi reali Voftro nume Settimio farà.
C//rf/o Settimio; al tuo desìo
Arridon di Qiiirin gl'alti germogli; (guc Ma il douere del giufto , e quel del fan- , Pria richiede indagar di Didio il fato*
Sctt. Alla forbice rea
Di lachefi crudel Didio foggiacoue
CUYt. Ne fu incerta la voce
ATTO PRtMQ. ^ett. L'afleiA Pertinace. • F^ufto Sì Giuliano morì ^ si datti pace. \ Cart. Troppo tu Ickiiidialla fuperbia II varco. Faufio Troppo tu nutri vna (peranza folle. Cfdrt. Conchidiffendeilgiufto
Il tuo vano penfier così s eftolle ? Sett. olà frena quel labbro, ,C«rf. jf Troppo Tù mitri vna fpcranza folle!
Aa altro tempo afpctto
A vendicar r ofifele.) v i
Seti. Il temerario ardir troppa è paUfe: ^aufto Olà fi cinga di Settimo il crine , li pmi* Curt. (Io quefto di preuedo (^m^
Fabbro d* alte ruine)
De gr ilkiftri latini, e della Plebe. : Ond* io parlai fon voci. Sett. Taci, frenai* orgoglio,
Son Settimio , e farò éefare al foglia.
E fe Didio viurà^ farò che mora.
S C E N A I V.
Mfee Didio dall^tprMeU^, e fudctti.
:&ìd. T r lue Didio,e viuràfal Trono anco- jlrn. V Son perduto. ( Cuìt. Qyal gioial «^"^ ^ftt, Oimè, iufiji. Che fia ^
Sitt. C\\c
SCENA JV. jtj
Sen. Che rifoluo !
r4«. Empia forte. . ^ ^ ^ >
C«rf. Dunque fìa ver, che Iplri aure di vita? Jim. (Del Teforo la fpeme è già fuaiiita ) D'd. Contro ogni fato auuerfo Amico io viiio* Curi. Formi il giubilo ornai 1* eco giuliua
Le guardie lafciano SettimiO',& ìn^ chimm DidìQi Setthnìo dìfiendi dal Trono fojpefo , e confufo. Voce del Popolo.ym:\ Giuhano, e Uiua. Sett. (Qui fimular m' elice.) Fau. (O Settimio infelice.) Sett. Signor, ecco al tuo piede • . 1
inginocchia a Bìdio^ che ti -^nozh : roige U jpaRe.
Dtd. Io non t' afcolto.
Sett. Porgi r vdito(ahl lafloj {IgL Did. Con chi mi brama in polue, io fon di fai- Sett. Son fedele, e . . . • Did, Anzi fiero, ed* inhuman tu Tei,
Se in quegl* orridi alberghi
Aditando la fianx^a d' onde vffì,
Merc€ tua per vn luftro io fui fepolto. Sett. Ah , che fol Pertinace . . • Did. I0410U t* afcolto. Fau. Tanta humiltà . . VìamaSeft. Sett. Così fa dVopo . • l^iam a ¥au. rau. ( Ini ano. ) Did. Quell'AHore fourano
jt4 ATTO primo:
Toflo deponi , e parti. Sett. Eccolo, e fe il fulgore ...r
Lo ponefoprad' VHhdcìleo Did. Olàfinuola. 4 fan. Andianm , che forfè ì moti Piano à sett. v Cortefi girerà per Tè la Ibrte, (te.) Sett. (Se no torno più alfoglio,io vuò la mor- ir;?. (Ed* io fra qucft' imbroglio
Tofto mcn volo al gioiellier di Corte. )
S C E N A V.
DidÌQ 5 Curtio , e guardie.
Curt. J^^j^ A* ^al glufto deftin qua ti con^
Did. Allor , che Roma m'acclamaua ài foglio Di Settimio agi' imj^ulfi Qui Pertinace la mia falma indufifc, Doue rachiufoalfin , perpicciol foro Sin' or di parco cibo ioftii nudrito: Poe* anzi intimorito Da ftrepiti qui dentro inufitàti Tendo l'orecchio accorto,ed vna chiaue I cardini al mio carcere differraj Entra vna Dama ignota, ^ (to
Che fra l'ombre d*vn vcl celando il voi- Quefto foglio mi lafcia, E vn ritratto m'inuola i i»di ne afcolto
Di
^SCEN A U.; ^ ^ zf Di Pertinace il fato, c di Settimio L'infiana voglia5 a mia diffcfa accorri^ > Mi Scopro , e dell'indegno io frango il
(laccio;
Rinafcedo all'Impero, al fin t'abbraccia^ Curt. Su la coppa del genio , al ibi vederti
Beuè forli di giubilo ii mio core. pid. Sempre oftrirù al tuo merto
Lo Spirito, e me ftefio; hor quefto foglio
Di legger ti fia grato, Curt. Chi lo fcrifle ì I)ìd. L' elrinto.
Lettera. • Curt. A Oidio fucceilor di Pertinace Tmru dentro ,^ Entro P ofcuro albergo
,5 T'indufli a forplrare al giorno il lume,' 9, Perche il latino affetto 35 II mìo foglio re al rendèa folpetto: ,,Mà ih dell'angue Augufto (fto,^ 9, Tu Tei primo rampollo , ancora è giù- 9, Che Tu fucceda al Trono , hor che
fdi eloto
9?L\ltimo colpo attendo:al Soglio al- 5, Vanne intanto, e t* impohgo (tero ,5 Stringer fra pure voglie , '
In nodo maritai chi ti dilxioglie , ^ Dimmi , chi fu la Dama > Dwlle Trombe al fragor fuggi veloce ^ Ne 1' comprefi ; Sembrò bensì fdegnof^
Nel
ATTO PRIMO.
Nel togHermi l' effige diPlaciIla\ €urt, Sono gelofi effetti;
C\ìi ài ttia vita afcofa
Potea faper 1' arcano^ pid. La Nipote Valeria,
O Cornelia la Moglie : gl^ Curt. (Valeria! Oh Dio! l'anima mia Ola mo-;
E* del conforte il cor ifteflo pid. Ed* io
Stringer dourò Cornelia? Curt. Della prudenza al Soglio
Tii fei l' iftefìa bafe ( oh Dìo ! che temo) Did. Mà r amor di Placilla > Curt. Sei Regnante , e fei giufto • Did, Mi ftimolan le leggi • Curt. Spno impulG men rei» Did. Mi follecita Amor , Curt. Jo non faprei. Did. Amarti mai ì Curt. Noi niego . Did. Or fe Tu Didio fofli ,
Che farebbe il penfier ì Curt. Didio non fono . pid. Ah Sì t* intendo . Curt. E che >
Did. Unirmi a chi mi fciolfe ♦ Curt. ( Ah ! non fofle il mio cor . ) Did. Che mi configli? Curt. Sei norma delle leggiti
. ^S'CENA ^ ^
hld. San le leggi In amor folo pen^fj.f Curt. ( Ahi , che farà colei . ) Did. Mi follecica Amor * Curt. Jo non faprei. Did. Amarti mai^ . ,
Curt. Noi niego . > Did. Or fé Tu Oidio fofll ;
Che farebbe il penfier? Curt. Oidio non fono • Did. Ah ! pria eh' afcenda al Trono
Stringerò quella man , che mi dilciolfeì Curt. ( Se Valeria fu mai , forte mi colfe. )
Did. Bambino Arciero infeguami
Jl fen eh* ho da bacciar; Ma fa che quello cor Non proui più rigor^
Se Amor Ho da cangiar Bambino &c.
SCENA V J,
Curtìo .
Curt, A H ! fé volfe Cornelia il core aman- --^J^ Oi Settimio al fembiance (te Fii Valeria , che Ccxoìk ì lacci a Oidio . Fra vicende inquiete
Sofpetti
AtTÓ PRIMO . , Sofpettidel mio cor vie più crefcéte •
Nel cor vn' Amante'
Paflcggia il fofpetto
La pena, e l'inganno:
Già da me partì il diletto , . E nel Teno il duHio errante Vi ftempra T aifanno .
Nel cor &c.
.■■■lì-] rC"E N A V I ].
Cortile attorniato di portici , e porte , che corrifpondono a vari] appartamenti»* -
Cornelia), e Settimio vfcendo dalla jf'érta del fro fletto.
CoYìu "FJ* V ii carcere fcoperto^ Sett. X E ne forti Giuliano . Conu 55 Ah! quel penfiero ,
Che s drdiìce gigante fte:
,5 SpeOo in fafce s' vccide^ e more infan*
Ma qui nonlr rifolde^ Seti. E che ? Corn. Codardo .
Seti. . Jo non t' Intendo . (do. Corn. Ogni tuo fpirto oppreflc> io ben compre-; Sett, Ma non m'elprimiifenfi?
Corn. Con
S^CENA VIJ[. Corn* Con line^ di fangue h )^
Segnarti ftrada kl Soglio .; uiju à S^tt» Màquefti è Sangue Auguftd
' E di me fteflo ; è troppo • Corn. E* gloriofo
Jl tentarne le proue . Sett. E* quefìo vno luegliar V ira di Gioue • Corn. Dunque Tu più non m' ami ì Sett. Jot' idolatro Corn. Spofii mi brami ì ; i Sett. Altro non fperb • Corn. Afcolta:
S* hò annodarmi , io voglio Un* altro Spofo al Soglio . Sett. Bella, troppo impegni • Corn. Sù Settimio, fi regni .
■ " ■■■^ 7?
Sett. Girerà la mìa fortuna
^ SA le rote de 1' empietà ! hi ragione mi lega le piante • * Peich'è vii* empia ferità Girerà &c.
SCENA V I I J.
Cornelia,
Cofw.T r IlcTù Tei del Sangue Augufto indc- V Mà £b tua fè vacilla, e il mio difegno
Jo ATTO PRIMO :
Tii cancelli ò fpietata ; Tutto il vóler de'fenfi idDldio io fermo Che Oidio no s' accenda il cor n5 pauc; La mìa frode in amai: tmppo é fuaue : Già da Tè il core ho fc iolto , ( tov' j^Che vn Soglio m'inamora^e no vn voi-
E? dolce r Amore ,
Ma più de l'Amore
JE* dolce II regnar^
E* quefto vn desio ^ Che Tegue, Che prende , Che lega j èhe ftringe Vie più de l'Artiar
E' dolce &Ce
SCENA IX.
Tkfida ^i Ccrnelia.
leler. Omelia ; alta fuentura ^ Corti. oh Dio! che narri ?> è
j/^r. Giuliano Corn. Che opro? ,F/m E' fuori di prigione . Corri. Jo giàlo s^ò .
P/rr. E non è graue la perduta Ipeme.
Corn.\ìti\
SCENA IX. li Corti* Un'alma grande auucrfo Ciel non temcé Iler, Jòpreuenni lo fteffo.
Che a Tè nioue le piante • Cotn. Sùmìo core aingannàrifeopatiAmante*
SCENA X-
Ver Upru fudefta efce Didio , Cormlia » Herida .
D/W* T Iberoilplèdalacci (te| JLj Forma zifre ófl equio a Tè dauan- E, r eftinto Regnante . Teco deploro , ma il voler de gl' Aftri , D* vna vita immortai fu Tempre auaro.
Corn. Fra queft* ombre di morte Se con gioia palefc Io ti nitro difciolto Te lo può dir l'ilarità del volto: Regna, che quefto Trono Per larciavlo al tuo pie lieta abbandono^ Mìo ben , mà chi ti fciolfe l (ta
Did. (Mio beni oh Dio che il faucllar m'accer'» Delle fuenture mie) Iqi mano è incerta; Fu Dama il volto in nero velo afcofa/ Che per legge del Rè faiàmla fpofa«
Com. (Secondami'ò fortuna j
L'opre de Rè Tu non intendi ancora O diletto?
i% ATTO PRIMO-
Did. (O diletto ! )
Corti. L'arbitra più fedel delle ftie voglie . li j
Hà Pertinace eletto ! ^^•^-'^IPérfe^^illirui entro delfen P Jpeler, (Guarda , che figlia della mala mano) Dici. Chi fii Dama più cara al Tuo regnante? Corn. Io fui conforte , e amante ; jyid,' Hixnqm Tù quella fodiì i Cur. Ne la Dama, coi mio , Tùconofceftiì Fler. (Che gran frode ) tytd. ( Cor mìo i \
"-Ho p<?rduto Plarilla }Ov fol e nota^' Corn. Io di tua forte ragiraik rota. Di^. (Suenturato cormìo ! * * - Addio Placilla addio )
Molto ti delio. Cor* Il debito m* aftrinfe. tler. (Come ne lacci il mifero trabocca! (ca.)
Nacque alla d5na la menzogna ih boc- Dìd. Chi quel fogl io ti die, che m' arre ce afti^ Cor. ( A qaefto,e che rlfpondo^ ) chi lo fcrifle* Did. Pertinace, che dille ì Corn. (Dunque fù Pertinace.) Vler. (O che donna mendace.) Corn. Ciò fol, che in se comprende <. Bid. Edalladeftra,
Che m* inuolafti? Corn^ (Hora m' inciampò ) vnfegno*
D'uL Doue l gfcondiì ' '
C(?r«.(Te-
SCENA X. 33 Corn. fTemo di ricader ) Ci poca fede.
A Cornelia Tu doni> a quella oh Dio. . . Did. Non più richiede il gmfto,
eh' io m* annodi al tuo feno :
Di Pkcilla 1' effige , , Corn. (Di Placìlla! )
Did. ..Non ti richiedo per fuegliar l affetto Di quella entro al mio petto.
Corn, Condona a vn cor gelofo.
Did. Cornelia io fon tuo Spofo,
Tler. ( Che donna federata
Co gl'inganni alla fin ve Ilià cauata )
Corn. Che gioia
Did. ( Clie cordoglio )
Corn. fRcfta Settimio indegno )
Did. (Non calcherà Placilla il Regio Soglio! j
Corn. Che gioia
Did. (Che cordoglio, j
Corn. Affetto verace
Ti giuro, e ti dò; Cupido la face Tropp' alto girò
Affetto &c* Parte, tler. Signor io mi rallegro
eh' vfcito fèi dal c'arcere penofo, Che fei fatto Regnante, efei loSpofo* Did. Gradifco i fenfi tuoi. tUr. Mi fe Cornelia non ti fòfle a genio
B Raccor-
34 ATTO primo :
Raccordati Signor,ch'anch'Jofon beltat Quedc guancie fon rofe , c quefta bocca E' fucina d'Amor, che i dardi fcòcca • Did. ( Goftei vacilla al pcfo fier degl'anni } E mi defta la rifa in tanti affanni. )
Fler. So baciar In tanti modi ( rir:
Vn'occhiOjVn labro,vn feniche fò mo- So formar vn certo rifo Che d' im proni fo Sa i cor rapir.
Sò baciar Scc. Tane.
Did. Sotto le leggi Amor dunque haurà. loco! Quanto duro mi fembra Ellinguer di Placilla il primo foco.
S'io ftempro il core in lagrime Non bada a eonfolarmi ; Jl Fato è crudo tanto , Che viene ancor eoi pianto A tormentarmi S* io (tempro &:c.
SCENA XL
Tlaciìla , è Didio. TJ' Ccó la beliamo Ck\jTUc,com/(dd- VUic. Ali Furti riuedo. \kafciarlc-,€glift riiìclge indietro foffefQ. Pur
Mi
SCENA XU 35
Pur ti Aringo al mio fen Diclio.Ma come? Did. CChe rifoluoì j Htc. Non parli > Did. CGiej nimico ^ yUc. Che fofpirl fon quefì:i>
Haiipur libero il pie, lei pur Regnante ? Did. Mà non farò più Amante, Flac. che fauelli?
Mià Vita oh Dìo pietà: Did. (Non poflo più. ) Fané, rlac. Tu parti?
Did. (Una dolce violenza mi trattiene ) Torna. VUc. Mìo ben* Did. Placilla. Tlac. E che >
Did. Hai pii\ il cor, che ti diedi i
Flac. L' alimento col mìo.
Did. Rendilo à queftoleno. ; /
Tlac. Come ? perche? fauella? Io vengo meno.
Did. Cara, non poflTo amarti.P^rf^ e]fa lo ferma^
tJa^c. Narra dolce mìa vita
^ . GT àff anni del tuo cor ì 1^14» Ah!Tù non fai.P^rr^ ella torna ad meflarlo» TUc. E che ?
Did. Non peflCb amàrtì. r .
Tlac. Segui, ma che non sòjn hrO Did. Chi mi difciplfe. Pldc. Sì.
l>id. Non mi amar piùjvuol crudo Cicl così.
B z ^am
3tf ATTO PKIUÓ.
" Fartè verfo ilprofpetto hue refiafofpefo, P^if^tr, E chi t'intende ò Did jo^ Ah pur troppo pauento. Che qualche nuouoAmor li dia tormcto.
Ho nel cor di gelosìa Il timor j ne so perche; Un'empia ripparenzà M'efanima il core. Mi dice il dolore Tradita è la fè i )\ vn Ho nel cor &c^
SCENA X IL -
CuYtU's che rttroua IDldk fofpéfeò
Cmto Val nembo di pénfìér ti copre il
.c:-:)it:\|^ciglio^ - 5r-i : .-i ..^•^^xr^\y come, oh Dio cosi! lafcuot^J^
T>id. (^j^l fato mi tradì )BAtte vn piede, e viene aggit^- Curt. CNe deliri] d'Amor Oidio vacilla j (uto. Bid, Gmtio dou è T?hcì\h'ìGHardandoperScen4Ì^' Curt. Jo non la vidi . Did. Ah I forte aucrla , il moto
Giri per me crudele . Curt. Signor perche roipiri> Did, Ah , che mi vuole ^ ^
Il giufto di Cornelia a gl' Imenei*
Curt.
SCENA XI J, Ì7 Curt. ( Gioite ò pcnficr miei )
Ne ti fciollc Valeria ì Dìd. Nò .
Qurt. ( Son contento ) E come
Qiefte notizie liauefti ^ DiiL Elfamèlogiurò . Curt. ( Hor sì eh* io gioirò . ) ^ Did. Ma chi qua inoltra il pièl: ? ^ Curt. Serue a Cornelia,
Giunge , c frase fauella*;Jr:K>*Xi li Dirf. Si penetrin que fenfi . ' '
SCENA XII/.
Ernoldo con U gioia in mano , e detti .
Erti. Qiiefta è bella;
KJ Vn del meftier mi dice , ^ ,
Che non valquefta gioia vn vii dinaro j
Poi m* accerta r Ebrèo ,
Che vai più, che non vale il Cullsco, I>id. Sopra vna gemma egli difcorre • Curt. Ofleruo,
E pàrmi di Valeria : è d'efia . Dìd. E come , nelle mani a coftui ! Ern. Aifc merlotto io fui
A non chieder • . . olmè. Curtio gli leua Curt. Come poflledi U gioia di vum.
Così ricco Iplendor , chi te lo diede ì B 3
38 ATTO PRIMO.
Mrn. (Che deggio dir> )
Did. Fauella.
£rn. Signor la dirò glufta. Purché a mèrefti.
Curt. Tel prometto.
£Àn. Allora,
Che in quel loco vaftiflìmo di Corte Guardano i regi arredi colà pofti Per coronar Settimio, Un* ombra , ò fbffe Spirto me la diede Perche non fauellaffi , e fafli fcorta § Jo non parlai , ed* efla aprì la porta D' onde vfcifti ò Signore altro non so ^
Did. ( Sì Cornelia, 1* indegna ingannò . Amor cangi tua forte , Ma femore amèrubella:) Jo fon di Tè ò Valeria.
Curi. (Jo fon di morte.)
Ern. Me la rendi >
I>id. ( Già il fegno ti palefa . )
JZrn. Me la dai?
Curt. ( L* alma in fofpiri quefto cor diftìlla . )
JErn. Melatomi?
Did. ( E perche non fu Placilla ? )
Irn. L'haurò?
Did. Curtio.
Curt. Signor.
Me l' promettefl:!. Did* Vanne a Valeria , e dille
Forlc
SCENA XIIJ. 39
Forfè pm , che T Aurora
Col fii del nuouo giorno ordifca il lume.
Che in fourano coftume
Al re^io feno annoderò il Tuo petto .
(Mà^telafcioPlacilla
Jo lafcioognl diletto . ) Curt. ( Il mìo cor dì dolor folo é ricetto . ) Ern. Ed' io la gioia afpetto .
I>ìd, Sorte fò quanto fai ,
L* affetto eh* ho nel cor
Non cangerò; Se per altra la mìa fede Il defìin da me ricchiede Amerò Ma fingerò .
Sorte &c.
SCENA XIV.
Curtio , Ernoldo.
Curt. Vrtio , che fai , che penfi >
jFrw. Io la vorrei,
Cmt. Ogni mio danno io fui
Origine , e fomento : t^rnoL Se torto me la rendi , io fon contento. Curi. La gèmma è di Valeria ! LaccntempU. £rn. E' inU Signore.
B 4 Curt,
40 ATTO PRLMO,
Curt. Con qual mentito volto
Andrò a cortei per altri
Ad annunciarli Amore ^ Irti. Per amore la bramo. Curt. Mai più quefto mio cor fi raflcrena. Ern. Sol la roetade almeno. Curt. Prendi.
Lrn. RingracioilCiel,oimè, che pena,
Curt. Uengo ò bella 5 ma per altri
A luegliarti aruor nelcor: Già amor per mè La benda fi fquarcio, E vide , che mìa fè Per forza vacillò Di forte al rio furor. Uengo &c.
SCENA XV.
Irmldo , fot Flerida . Ermldo \ Ffè fon neMmbroglIo :^ cederà jLjL Ah , che tener la voglio ^ U gent'Hò fatto i conti , e trono, ma. Che fe la vendo la fattura perdo oltre IVlura , che fuol far il pefoj Se la porto all'incanto TP^S^^ Dvà II tutto in tromba, e dacio, e fe Tim- No rai dan tato, che nemoftri vn fegno*
O che
STENA^ X U. 41
O che mifciia !
Anche col proprio
Si ftenta a viuere
Ne fi può far;
Mi ieujbra ftrano Con l'oro In mano Doucrftentar
O che Scc.
fler. Da quando in qua per Roma
Si feminan così le gemme egl'ori^ Ern. Doppo , che le ciuctte
Han cangiato colore. tler. Ma dimmi, è buona , ò fallai Mm. Come la tua cofcienza, Ilcr. Dalla tua v'è però gran differcnz'a. Mrn. Infana, e non conolci
I ceci dalla faua? F/e>. Affé di Spofa
Mi vengono i pruriti
Per godermi nel fen fi bclgioiello* ttn. Se m* andaffi più a genio
Vorrei farmiti Spofo. fler. Per darti nellVmor , che far io pofio ì Mrn. Supplicar la nature?,
Che almen tileul vnfecolo d'adoflo* Srn. Hai finito il concetto? inflirneyindegno:
Se ben fon vecchia , Te fapcffi l'arte.
Ch'ho nell' amar, Tù no ftarefti a fi gno.
B 5 Chic-
4^ ATTO PRIMO.
Chiedimi vn vezzo Chiedimi vn bacio^ Che vedrai quel che so faf; Se accarezzo E fe lufingo S*vn*amante al (èn mi ftringo Di diletto il fó creppar.
Chicdiiiii Scc. Erti. Jo non voglio tuoi baci , che bellezze sì rare Tu dici il vero mi farìan creppare. Vler. Ma le non mi vuoi dar d* Amor in (cgnc». Quel bel gioiello; almeno Predalo a quefto fen per vn fol giorno Tanto, che in Corte fi dimoftri adorno • ìlrn. Volonticr te 1* concedo . iHer. Gratie ti rendo Ernoldo
Quella bocca tua vezzofa , Anche vn di fpero baciar.
l%rn. O di queflo non fpcrar *
'Vkr. Dal labbro viuace
La piaga nalcofa Un di vuò fanar.
Tjn. O di queflo non fperar .
iUr. Qiiella bocca &Cc
SCENA
SCENA X U J.
Curtio dall* dpfartmento di Valeria con U detta ^ pi TlaciRa , Cornelia , e Faufio in difparte afcol^ tandi li due fudetti , ciafcheduno dalla fuaforta , e coperti vno dall' altro j dalle colonne del portico •
Curtio Tr\ Alla felce del cor fiamme di fdegno JL^ Lieto annuncio t' elice ?
Tlac. (E che farà! ;
Val. E Tù fei così indegno
A (uegliarmi nel fcn per altri affetto 2 .
fau. (Per altri affetto! )
Curt. Io V adoro regnante.
Corn. ^Regnante ! O dio! che fento^ )
Val. E nel tuo petto (ftante.^ Niitri cor così indegno? e oh che inco-
Curt. E perche t* amo applaudo alla tua forte^ ' lau. (E àmè ben più crudcl J
Tlac. e A me iniqua . )
Corn. ( A mè ingiufta,)
Val. E' a me nemica .
Curt. E pur diquefta nutri il bel desìo.
Tlac. ( Valeria mi tradilce . )
Jau. ( Curtio coftei fchernilce . )
Val. Ah ! che l' alma il detefta • '
Corn^ ( Ardir Cornelia . )
Cure. Ti conuince lagemma,
B s Che
44 ATTO PRIMO .
Che in don porgerti al fenio . Vd. Che deliri) fonquefti^ TUc. ( lo già comprendo'
Il vanfuppofto, e ad'ifcoprirmi attedo. j
parte.
CuYt, Ho cor, che sà vincer sèfteflb ancora , E in vederci regnante, di cotentof mcto ) Un onda il cor m'aflorbe ( ahi che tor- Vd* (O rpietato , e crudele. ) Refiapenfofai Corti. (Vane Cornelia ad'illiegliar l' ingegno )
farte^
Tdu, ( Reda Faufto ad' armarti il cor di fde- C«yf* E del regiojfnenèo . (z^^o)
Nongradifci la fece? Val. f Jncoftante j m* è cara , Cuti* (^Perfida) Echerifbliiiì V4. Vanne a Didio» Curt. ( E lo foftro . ) rd. E tofto dille,
che coi vanni d'Amore
Vola su i labbri , ad* inchinarlo il core. Curt, Inchino anch'io coni alma
I dolci geftì tuoi ( ahi che dolore ) pmel laufio (■ D* ogni fucccflb afcolterò il tenore J rd. De rofpetti fra T onde
L* alma mìa Tu lommergi :
Ma fé premi il fenticr derincoftanza
Jo dò pace al mio core,
Che almeno eguale è il dannò ,
Eil
SCENA XUJ. 4f
E il dolore infinito ;
Mà ^e tradita io fon, Tu Tei fchermto ,
Chi fpera di poter Amando il ben ggdcr S'inganna affé Chi fpera I perfido Amante Alma coftante In len non ha ^ E non è Nel CvLO cor la Sincera
Chi fpera
SCENA XVlf
fm. Oftel mi volfe vn giorno V^^ Amiche le pupille ^ Pofcia fchernimmi altera , E vnì di Curtio al cor le fiic fauìlle j Di forte più feuera
Hora aftolto il tenor 5 Ma fe il nemico Oidio per anche non s auuinfe al crine 11 Cefarco diadema ^ e fe d' Ajtiwre Ne vafti flutti ondeggia, Tofto liieglio il furore-^
B 7 E con
4€ ATTO PRIMO
E con nembo armati In Campidoglio A Settimio farò la fcala al foglio^;
Ho vn cor , eh' è tutto Tdcgno
Palpita per furor;
Jn se più non ammette Che barbare vendette^ Che crudeltà., e rigor •
Ho Vn cor &c.
SCENA XUIIJ.
Didh con tUcìU daU^ porta di Didio ; c H^yid4 Qjferuando.
(re?
fUc. ]^rOn faranno i cor noftri vn folo co- Did. XX La forte il vieta,ed'io fento il cor- TUc. E non ferbi h fede Cdoglio.
A chi ti dona al Soglio? Fler. (OCiel,cheafcolto.; PUc. A chi da lacci rei t' hà già difciolto? Did. Quefto appùto mi toglie al tuo bel volto.' Tlac. Anzi ti aftringe ad' adorar Placilla • Did. Sarìa vn* oprar da ingiufto.
Da ingiufto^ Ah Didio , Il guiderdone c I>id. Fauella, io non f intendo . (^ueftit Plac. .Echiti fcioIfe> Dìd. O IJaleria , ò Cornelia . ^ler. e FuUaleriaalfxcuro . ^
SC^ENA XVUJ- 47 Plac, Ambe fono mendaci • Did. E' vano il firnular . fUc Tu fìngi ò Oidio:
Rimprouerì ben degni
Di queft* anima amante
Da quefta effige apprendi alma incoftan- Li mojlra il ritratto . ( te.
Dti. oh Dìo , che miro . Kcfla, immobile. PUc. Dldio.
fler. ( O quefta c brutta • )
Did. Piacilia,
Plac. E non fàuelli ^
Did. Jo fon di Icoglio.
tler. f Cornelia è nell' imbroglio . )
Did. Condona , Te l' oprar , ch'è glufto a Regi
Troppo reftò delufo* tUr. ( O tjuefto é il calo . ;
Si volgere vede Fhrida.che e fendo . colta mofirA giunger allora . Did. Ma Tù, che qui opportuna Giungi ^ vanne a Cornelia Dì, che 1' abbono, e ia detefto, indegna Coslvn Rege s' inganna? * Fler. Hora vbbidifco- Did. Vanne tofto. tler. Sjparirco. forte. ^Uc. Più non fon di me ftefla . ^id. E di chi leiì flac. Di Didio, . _p
B 8 I>ìd.O
48 ATTO primo;
Did, O care voci.
Flac. Crederai più alle fi*o<li '>
Did. Pria nel ventre d* abiflo il Tuoi m* ingoii-
Flac. E chi farà di noi
Più felice in amor "e
Did. Io lonxontcnto . - -
VUc. Fuggan le pene .
Did. Il duol .
a 2. Fugga il torjnento*
Più non gela l' alma mìa
}M' ^ tornato ri cor in (cn Qiiel timore già fparì Scn ftxggì, • / Che qual ferpe acerba , e ria M' agghiacciò col fuo velen» Più non^géla &c.
SCENA XIX-^
Notte Ofcur^'. MgnniO
Camftdiglio , che da fei Fag^ifoUeumiUx Emoldo viene ilhmimto conTorcicù"
Zrrif
Q sù prefto non mdarc j ^^1*3^ Accendete
Accomodate; Quefta prendi > - ^^ . ^ y QLiella
SCENA XIX. 4»
Quella accendi Tu vien giù Tu va la SU; Non mi abbadate ?
Su su dee. Torna a baflo, c <^ucft' altra Accomoda vn pò più, perche s'eftjngue: Hor, che diran le lingue fno> Che non vorrian veder Settimio in Tro- Quefta volta ci fono, E le Iperanzc lor già fona andate^
Su su predo non tardate Accendete Accomodate^
SCENA XX.
Settimio Faufto , Fretoriani-, e Seguaci^ Set Hi con U /foglie Impriali ?
T 'Opra è compita Ernoldo ? Ern. JL^ Il tutto è preparato. £ett. Fauftojilcor mi predice »V ■ Euento aliai felice, taufio A Pretoriani vn nembo . ' Di popolo s^aggiunfe a noi fedele : . Sii vìa Settimo ardire; .. (io .
Didio no vuol Regnar, ch'è fatto aman- • -> • Sitt,
yo ATTO PRIMO.
Sen. Cornelia Tii mliaurai Spoio,e Regnante; Mentre viene adornato da Pretoriani cole [foglie Imperiali fiegue Faufio con l'aria feguente.
Taufi$ Hor,che il Te no
Di gioia c ripieno Si mariti al tuo crin la Regia fronda* Il vile timore Sbandifco dal core; E l'alma feftante Di giubilo abbonda
Hor che &c*
SCENA XXI.
Curtio con furia di Popolo armato , e Tribuni che affalifcono Faufio Sett. &c. che afcendono in Campidoglio.
Cut. 'Tp Rafiggete levifcereagMndcgn/; X Suenate ogn'alma infida, Ed' ogn'empio s'vccìda : Sett, Faufto j noi fiam perduti . ^ lau. Ardir Settimio.
Curt. Amici in voi m' affido. Si pongono in armu faufio Troppo duro è l'incontro io non refiftoi Sett. O facceffi infelici. (Vien fugato da Tribuni. Curt. E Tii cadrai fuenato al pie di Curtio.
cmbattono. Emi,
SCENA XXI. yi trn. Fuggo,volo,che quefto è vn brutto fcur-
ftlo. Via»
Sen. Faufto mi lafcia ! ò Clel rubello oh Dio!
Non vedendo Faufio fi lafcia cader il ferro^ Curt. Alfin Tu fe mia preda , c al mìo desio
Piegar faprò di Fauftoil pie fugace. Sen. ("Torna à fuggir da mè Tiranna pace.) curt. A Giuliano ò Tribuni
Voitrahete V indegno,
E per Regio decreto
Entro del proprio fangue
JFia che vomiti l'alma , e cada efanguc;
Già di Roma è fermo il foglio Se tremante vacillò.
Hor vie più (labile, e forte Soura il dorfo della forte Quefto brando!* inchiodò* Già&c,
i ^^iè^ ^on le Ter eie formano il Sallo^
ATTO
.oboi ri :i
OTTA
ATTO SECONDÒ.
SCENA PRIMA.
Atriojchc cornfpondealla Galena Comrriunc, & alle Stanze di Cornelia.
Cornelia^ e Flerida»
Corn. Co le braccia incatenolli il Peno ? JF/er. jL-j Ma la refpinfe indietro. Corn. E che diifc Placilla > Fler^ Il Tuo ritratto
In vago cerchio accolto
A Giuliano rnoftrò. Corn. Cieli , che afcolto !
S' è il legno a me fatai, folte infelice
A me niega le chiome. tUr. Così d' alta d' vn Rè liberatrice
Superba s'vfurpò Placilla il nome. Corn. (Mi ferpe al cor lo fdegno ) ei che rifpo- Flcr. L^accohe, l' abbracciò, (f^ì
E à me fi volfe , e difle. Corn. E che? fler. ^,ITanne à Cornelia
„ Dì che rabborro,e la deteftojindegna
„ Così vn Rege s* inganna? Corn. Così difie?
54 ATTO SECONDO
Tler. Coste ■■.-^f^% .^^
<orn. Sorte tiranna: (^&nH
E andrà Placilla al foglio? ah! che amo-
Spero Settimio in trono ^
S' egl' è Faufto fedel , regnante io fono^
' S C E N A I
Ernoldo , Cornelia^ Flerida.
Ielìdouem'afcondo> Correnhpre^»^ Ilcr. Girne ! (cifitofamntc^
Corn. Che fiaj
Ern. Ruina il tutto , c va fofopra il Mondo.
Corn. Narra toflo, che fu?
Tler. Prefto, fauclla
Ern. OhDio nonpoflb più.
Corn. Cht d* infaufto rapporti?
Ern. Ruìne, prigionìe, flagelli, e morti*
Gorn. Spiega chi cadde al fuol!
^le. Chi fù legato ?
Cor», Forman de Pretoriani
I cadaiieri vn monte in Campidoglio;
Ne valfe il loro orgoglio
A contraftar contro il valor di Curtio.
Ogn' auuanzo alla fine incatenato
Piange V empia fuentura.
Ed* alpettano i morti fepoltara. ^C$rn. E a Settimio, che accadde ì
Ern.
SCENA I 54
Ern. Faufto fcampò ; ma lui fu imprigionato*
Fler. ( Cornelia qiicfta volta afte s' vccide.^
Corn. Raggio d' vn* empia ftclla Come , oimè, mi flagella, E fol foura di me pene influifce.
J^ler. fVà in colera./
Ern. Clmpazzifce. )
Corn. Mà Cornelia , ouc vai ì doue trafcorrì
Col fauellarde fenfi>
Doue fon le tue frodi, oue gl'Inganni? fler. (Cortei và ricercando altri malanni.^ Cqyyi. Se fu codarda , e vile
Degl' indegni la deftra , Il laccio oftìle
Li sìa degna mercede, ^ E premio i ceppi al fuggiVmo piede
Refta penfofa , pi dice.
Màqual penetra ai fenft inclita trama!
Porgi Ernoldo 1' vdito,
Vannetoftoà Valeria, e dì che bramo
Contemplar la ftruttura
Di quel gemmato cerchio,
Che circonda T effigie di Placilla:
Di queLch' ella poffi jde Io fol m'intédo:
Corri, vanne^opra tofto,io quìTattendo? £rn. Andrò , mà pria di fauellar pretendo.
Con cortei. Corn. E perche >
Bl^' Rcftituir mi dcue vn non «ò che, ffcr. Il gioie! >
Ern.
yff ATTO SECONDO.
Em, Quello appunto Corn. E' in mìo potere. £rn. MA chi di voi me l' renderà ! Fler. Cornelia.
Corn. Uanne pur, ne temer, ch'oltre la gemma Il guiderdone haurai. (r^^ Ern. TemOjChe il guiderdon fian altriguai.p^r- Coh. Tu vanne al regio albergo, iui m'attendi E co gl'inchioftri miei prepara vn foghe. C Fter, Uado Ccerca coftei d' vrtare in fcoglio.
Parte.
Corn^ Alle frodi , ò penfieri alle frodi •
Si tentino i modi, Che vn di regnerò
La forza, e V foftegnOjj Le bafe d* vn regno Un giorno farò •
Alle &c
S C E N A I I ]•
Valeria ^ Cornelia.
Val. Ornella à tuoi voleri offro me ftefTa
V-/ Ecco 1* effige ; è c|[ucfta, ehe tu bra- Cùtn. E d* elsa appunto, ( mi?
Più volte ì Tè la vidi^e d'onde è cara
Si bel teforo hauefti> Val Hebbe da induftre man Cefarc eftinto
Geminata l'effige diPlaciliaj
adì-
SCENA II J. S7 A Didio Pertinace Una diede , e dell* altra lò fui pofrèditrice • Corn. ( Se mi rielce la frode , ò me felice ) Dal circolo gemmato Per vn fimillauoro
Prender norma vorrei 5 deh iti flagrato
Sol quefl' oggi concederlo a mie voglie. Val. Serui pure il desio , eh' io fra le doglie
Ritorno a deplorar le mie fciagure » Corn. Diche ti lagni > Vai. Oh Dio!
Che Settimio è in catenese Curtio perdo
Se Didio mi vuol Spofa • Corn. ( Oimè che fento !
Dunque non fu Placilla! ^
Ma dimmi , e chi t* accerta
Dell* eccelfo Jmeneo? VaL L* ifteflb Curtio : oimè tanti martìri
Fanno troppo tormento a miei desìri • Corn. ("Finger conuien) Folle che fei,vane|gi>
Sarà forfè d* vn manto arduo l' incarco ? Val. Dctefto le corone , oftri non voglio
Che vn volto m'inamora, e nonvn
(Soglio*
Mirar vn volto,e non poter gioir Mi Tento morir: Comprar vn momento Di
ATTO SECONDO . Di brcuc contento
Con tanto dolore O Nume d' Amore E 'troppo martìr.
Mirar &c*
SCENA I V.
Cornelia, e pi Flacilla,
Corn. QlaUalerla, ò Placilla
i3 Liberatrice a Didio.entro gl'inganni Terrò fifla la rota alla mia forte ; Ma qui giunge opportuno Di mia frode il Soggetto: Parto y e il ritratto ifteffo Lafcio cadérmi appreflo .
Far te , e fi lafcia cadere il ritratti^ hauuto da Valeria , & offeruand^ fe lo raccoglie^ jinge non fentire. Tlaé. Equal fulgida sfera ^ fopra- Ti cadde al fuol Cornelia ? mene.
Prendi Signora, e parte? e non rifpondeì Ma che fcorgo , che veggio ? L'effige è di me ftefla, io non vaneggio s E come vgual Ci rende
Lo confronta col fuo • A qucfta^ che per fegno a Oidio tolfi
Allor,
SCENA IV.
Allor , che lo difciol(i> Molto ti deuo ó Sorte , Se fai cadérmi al pie 1' arme con cui Potria coftei tradirmi : Hor ài eh* ho vinto il mìo deftin Teuero Vengo ò Oidio al tuo fen, vengo allim*
(pero»
Serua fon d* vn vago feno Schiaua fon di due pupille Prigioniera fon dVn crìn M' incatena
Mi lega Mi ftringe Con tre lacci h arciero bambin: Serua &c»
SCENA U.
Logge Terrene , & interrotte •
I>idio , Curtio , e Settimio incaunato con Fretoriani •
ECco ò Oidio quel capo (ornard eh* ardìa fuperbo in Campidoglio Col Cefareo diadema $ al Tuo penderò C alterigia sì rea fur tardi i moti , Che a tempo a me fur noti ,
E co-
go ATTO SECONDÒ-
E come vedi é incatenato e vnìto Ai Pretori Rubelli , a Tè s' afpetta Far col langue de gremp) alta vendetta^ Sett. ( Cornelia a quali eftremi
Mi condanna il tuo amor.) Did. Ma Faufto oue n* andò > CuYt. Ad' vna fuga vii diede le piante • Dìd. Anch' egli fi ricerchi , e fra catene
Sìa il rubello riftretto ; E Tù inhumano
A Settimio .
CIÒ che deflinan gl* aftri a quefìo crine
Tenti rapirà l'indegno
Pria che ad' Eto l'Aurora infiori il crine
Dalla Pretorea mole, oue 1* orgoglio
Pullulò de rubelli , in feno all' aure
Sia (cagliato , e ritroui
Nel Tebro humida Tomba.
Ogni feguace indegno
Co tal forte foccomba alglufto fdegno. Curt. De gì* eccelfi commandi
S' efequiran gli editti . Sett. A Settimio la morte > Did. A Tè. Sett. (Cornelia!)
A d' vn Cefareo tralcio ? Did. *Non merti vn tanto nome* Sett. (O Dìo, Cornelia -
Per Tè vado à morir •}Sòn poi Settimio. - Did. Tu fc vn fellone.
Sett. O
SCENA ^« Sett. O mio deftino rio* Did. Uanne,non più. Sett. Crii del.
Sett. Oh Dio!
Morirò ^
Fatto efangae caderp Fipy/o D/rf*
Fra le pene, ed' i inartir
Ira i^.(Cornel{a oh Dìo ! mio Perirò (ben vado à morir) Senza l^Imarefterò ^^i i /^^O ' Fra i frngulti ed' i fo%ìr$
Morirò Scc.?éirte incd^enat4 coi Pretoriani^
SCENA V w ' -
DtdiV^èUrth.
Curi. A H ! pria , che forga ad' olfufcar tua XjL Iute ;
Qualche nou'Idra, fa che vèda Roma
Dell' alloro immortai cmta tua chioma. D/V. Sì fieda Oidio in Trono:
Al talamo Rea! fplendan le faci;
E Plàcilla fu riabbro accolga ibaci^ Curt. Placìlla? Dil SiPlacilla.
Curt.(0
^1 ATTO SECONDO. Curt. (O Gel che fento! )
Ma Valeria non fu, che ti dirciolfe > Did. Nò.
Curt. Ma chi tè n'accerta > ( ilcorrerpira) Did. Dal legno io lo comprendo. , ^
Curt. Comc^> (di gioia il cor fi vàftruggendo,). Did. S'ell'è poffeditricé ^ :
Dcir effige inuolata
E' mia liberatrice. Ci/rf. Chi l'atteftaì , Did. Placilke ^ raii Curt. E lo vedefti? 'u^rn?: Did. Non vacillàra i lumiji^ £ Curt. ( Io fon felice )
Arrìdo alla tua forte
E gl* ordini opportuni opro a momcnth Did. Amico ^ in te compre|ia<?t
L'alca Idèa del valor: va che Giuliana
Ben conofce diCurtioal cor , la mano.
emù Sì $ì eh? pci^ Tè r ^ ^
Mìo nume miQ Re - ir cor nutrirò
Di (aldo adamante QuetV alma eoftante Per Tè formefò Si sì Scc.
SCENA VII
Erneldo i e Didio.
trmldoXT Voi Cornelia , che Didio frase co V Quefto foglio rimiri, lettera E non vuol ch' io gliel'dica; in mano.Chc dcuo fare? ò qui il pcnfier s'intrlcaa Did. Coftui fra se fauella , e fopra vn foglio ? AtFèchegiunfi a tempo. Lovede^emojira Arnoldo. { non h Merlo veduto.
Oimè ! Unge ffauento afcondendo la lettera. (Così va ben l'inganno. ) Perche prona il tuo cor sìgrand'affannoi Nulla nulla Signor. Dou' è quel foglio ì Che foglio? Io già Io vidi. E lo vedefli? Alcerto .* E non volea
Cornelia , che nifun lo rimirafTc . A chi fcriue Cornelia, e che comprende? ( Un tacito forpctto il cor mi fende ) Scrìue a PlacìUa,
Lafcia. Li toglie Uletterd.
Oìmè che:|kij 3 x
Taci, - r. . .....
( Uà ben ^ che noi crcdeuó mal. )
tf4 ATTO SECONDO-
Lettera. j
Did. Placìlla ; del leggiadro tuo femblant^ i (Afre e,, V^i* immago perdei per moke cure i ( ^^SS^^^y A me cara , e diletta 5 ■ Sò che la raccoglierti; a tè s'afpetta ' Perlo feruo,che inaio 1* effige efpreffk
„ Rimandarmi, e al tuo me vto offro mè Cornelia. ^ (ftefla^. Irn. fOimè, Didio fi turba, oimè^ Did. Torna di nuouo il core
Entro l'onde de dubij in mar d'affanni:
JE mentirà Placilla > ah / ch'vn^inganno ' E* quefti di Cornelia. Sr«o/.f E chefarà! ) - Did. Chi ti diè quefto foglio > Ern. DJfli, che fu Cornelia • Did. Ella ti impofe
Che lo recaiTi a mè, Era. O cjuefto nò ( com'è forfante il Rè. } Did. E .perche me l'porgefti > Ern. Sei Tù , che i fatti altrui veder voleftit Did: Jnfame feruo , indegno. ^ Ern. Per gratia tua Signore, Did. ( E' ftmplice coftui. ) Ém. f E* vn beir vmore. ) Did. (E che rifoluo ò Dìo! ".' 'V
Cor efito s' appaghi il mio 4esiò ) *
* Lida
,p SCENA VII, li ài Prendi, vanne a PlaciIIa , e a me ritorna U Ut- Con ciò , ch'ella rifponde, tcra. Ne dircK'ioqueftofoglio vnqua vcdeffi. Bm. Vado , vólo (o Ce gìiifta la fap^rfTO Parte, Z>id^ ScriueDarna,che fu Spofa a vn Regnante, Ne i caratteri fboi faran veraci > Ah! che Placilla è amante,onde l'affetto La fofplnge agl'inganni; Forfè a cafo coftei trouò l'effige, E fuppofe la frode a me gradita: Ma le torno a Cornelia, odio la vita.
E chi potrìa foffrir Un si crudel martlr ?
Io perdo vn bel volto. Amor me lo rende: E con empie vicende Me r torna a rapir. E chi &c.
SCENA VIIJ.
Arnoldo torna , e Sudetto l
C A che qui m' attende ) (cove I>id, XJL a me ritorna il feruo , or sì che il Ne 1* onda del timor naufrago more : Che riftofe Placilla? Brn. In queUa carta Li dkvna lettera.
C Uedrai
ATTO SECONDO.
Vedrai ciò , che rilponde D;V/. Altro ti die?
Qiicfto Ritratto. J>ià. Oiinè. Apt U letur^
Brn. («Molto fi turba .
Se qiivfla volta ve la cauo netta
Mai più porto Staffetta. ) Did. Signora , Qiicfta effige io ritrouai, Legge) E come imponi, al Icruo la conlcgnpj
j,Se t'è gradito del ritratto il pegno,
,,Non ilUegnar l'Originai^
„Placilla.
( Ogni fenfo m'opprime , e il pie vacilla
Breui lon qticfte notCj
Mcàl' affanno c gigante: J (dio
Vanne Ernoldo a Cornelia, e di che Di-
Le arrecherà con qiult 'effige il foglio.
( R - fiftere non podb a vn tal cordoglio.) Bw, ( Già fon fuori d* impegno ;
Crede molto làper,mà non ha ingegno.)
{ Vane verfo il fr o/petto. Did. L* ingannarmi ò Placllla
Fu delitto amorofo i
E perciò te lYondonOj Col ritratto in vua
Belle linee vi baccio, (manche la lettera
Care note vi adoro; {nel dltra.
Ardo per Tè ò Placilla ,
Ma il giuflo fol mi vuole ^ 'A chi mitolfc a i ceppi ò mio bel Iole, .
OSCENA VIIJ. 67 Caia effige , amato foglio,
Che cordoglio Tributate a quefto cor: Tanti fono m Tè i colori, Tante note in Tè comprendi. Quanti fono quegV incendi , Che mi dan pena , e dolor Cara &c*
SCENA I X*
Irnolào , pi Flerìda .
FRa V imbroglio di tante, e tante let- Fare il mezan, che gioua, (tere Se la paflan coftoro in cerimonie ; Dalle Dame s' acquifta il vi ringracio, Appreflo de* Signori Corre fol per mercede il va in mallora ; Donano i Caualieri il commandatemi^ Quelli di mezza tacca il ricordatemi ^ Ma da i Zerbini di color cangiante , Che foglion far da Spiritelli acuti Non ne caui ne meno il Dìo t" aiuti ♦
Così va , Non ce n è ,
E quando non ce n*è , non ce n*è 9 Son tac^liati ad' vn modello. C ^ ' Eia
erS ATTO SECONDO.
E la borfa^ ed' il ceruello i Se fallita è quefta ogn'ora^ Quefto ancora è vuoto aifè^ Così va &c» iS* incontra in Ilerida . Cime .
Fler, Che hai? qua! Demoiié ti tentai
Ern, Credo Tempre incotrar qualche amatore»
Che mi facci volar con fogli in mano
O a Cornelia ^ o à. Giuliano • tler. Sòi che il tuo pie veloce
Se ne và^ Ce ne viene ^
Perche il pelo del' or non ti trattiene ♦ MrHé Queft* è vn deflin di chi fatàlmeftiercrV
Il portar vna Carta 5
Che di ftracci è compofta^
Egl'è vii ridurfi in ftracci, e farlo apporta* ftcTé In quefto certo il tuo penfier non varia ^
E' che liftracci poi fcn vanno all'aria.
E quel che vedi in Cortesi tutto e finto^
Il tutto è ombra, il tutto va dipaito *
E* la Corte vna pittura Apparenza , e non foftaiiza i
Fa la Tela il van penfiero^ E il color r adulazione 5 E r ihgantìo menzognero ì Forma Pombrc, evi compone
r Per cornice la Iperanza^
E' la Corte &c.
SCENA NONA, eT?
Mrn* lo non la so capire,
La difgratia è fatale,
or altri fi yoglion bene , & io fto male , fler. Ciò nò Ibtfri per mè,che fenza imbroglia
T' arno, e t' adoro tanto . JBrn, Quefto egl'è fol di mìe bellezze il vantOr t'ier. Sì M mìa dolce vita , e quando mai
De graditi Sponn^li
Sarò vago troffèo! Srn, Non rhe lofcordojanziperhora ho fem^
Per le mani Imeneo , (pre y/m Prometti almen,quando da tanti affaruni : Sarai libero , e fciolto , mn^ Allora farò fchia^o al tuo bel volto ^
rler. Spera il core?
Ern, Speri sì ^
Tler^ Che farai t tanto ardore f
Falò vento col mìo fiatg^ E fortanato Sarò così^
Iler, Spera il coj:^ ? '
Ern, Speri
70 ATTO SECONDO*
S C E N A X.
Cornelia rfoiFauftv.
C^rn. Are frodi non mi lafciatc zr
\^ Se Regnante mi volete. Ingannate, Lufingate , E il mio fen non tormentate .
Care &c.
taufio Doue mi celo, ò Dìo! doue m*afcondo?
L'empia Turba mi fegue, e arruotail
Deh I Cornelia oue fei > (brand» Corn, Chi miricchicde^ Vau. Jo fon , che a cenni tuoi
Portai Settimio in Trono ,
Ma il voler delle Stelle . . • Corn. Olàt' acqueta
Vile , infingardo . lau. Oh Dio! Cwi. Non fauelljtr Indegno • latifto Ne ti mouo a pietas Corti. Son tutta fdegno
Merti folo perigli # Hau. Ogni latino irato
D'ognMlbergó ricerca i nafcondigll
Per lìienar quefta falma , ecco i perigli,
Corn.
SCENA X. 71 Corn. Doa' c Settimio afirctto. Fau. Incatenato
Nel carcere fui Teucre Io vidi, Ccrn. E a Tè propizio i\ Fato;
Guardingo di Placilla entro gralbcrghl Vamie,<phc su l'i*|^refio i^^lSotteraneo fentier, che guida aiTcbro, ^ Ritroucrai: con lumi, c (erui armati. Che tofto a Tè confc gno, Entra animoib 5 e douc , Vedrai non plcciol gorgo D'vmor forge nte il baffo muro atterra, Ch'c lo ftelTo del carcere ; Settimio Inuola , e alle mie ftanze lo conduci; j Vaniaie,e diche Cornelia ornai l'attende. ( Vn altra frode il mìo pciìficro intende) Vau. Qui attendo i ferui , el' piè mono a tue
( voglie,
Corn. Porgimi il crin fortuna
S'hò da Regnar vn dì o La tua rota E* fempre in:imota Ne mi dà fperanza alcuna Di quel ben, che mi fuggì Porgimi &c. Furte^
tAuflo So che vado alla morte , (prelTo Ma fon ben certo , ancor ch'io poffo op- Saluar Settimio , ed'ctenw mè lleflo.^ C 4 Taci
ji ATTO SECONDO .
Taci pur,
Mìopenfier,
Ne mi dir
Che penar
Debba per Tè,'
Perche t'inganni affé* Vuò gioir. Non (offrii-,'/
Jl rigor d'iniqua ih.
Taci&C.
SCENA ;
f j?e lU vnafarte TlacìlU , e dAll'ultYà Pitt^
Flac. ( T Ncontro fortunato^' ) * ^ • - Did. X ( Ma per mè dolorofo . ) Plac. Spofo; reftì folpefo? Did. ( Oh Dio ) Tuo Spofo > Tlac, Oidio vaneggi > parla . Did. Oimè non potìo . Flac. Chi t'aftringe al (llenv^io^ e pcnfì? e taci? Did. Parlan per mè gl' inganni . rUc. Chi ti delude ? Oh Dio! fincera io fono- Djd. „ Ti (è cader T affetto , io ti perdono . Vlac. Jo non t' intendo { oh Sorte J) Did. Quelle linee baciai , Quelle note adorai.
Arda
. O SCENA XI. 73
Ardoalfin pcrtcftefla.
Ma il giudo a Tè mi toglie . tUc Persi confufi enigmi
Le nfpofte imprigiono . Did. Ti fc cader l'affetto , io ti perdono ♦ Flac. Oidio, forfi: vacilla il tuo pesficro ì Did. Pur troppo egli conofce . FUc. E mi conofce per Conforte a Oidio • Did. O quefto nò .
FUc. JoSpofatuanon fono. (te. Did. „ Ti fè cader l'atfetto,io ti perdono.p/^r- lUc. Ti fe cader l'afflitto , io ti pcrdonq ! SÌ , fc cadere il cor, che in adorarti ^ Troppo fedel ti fìi, ; Uà, che pofs' io morir, (e t amo più •
Sliò da penar di più, Tiranno Amor, Partiti barbaro Fuggi da me,
O guida a (|uefto fen
L' adorato mio ben , O fuor di fchiauitii Toglimi ' 1 cor , e *1 pie ♦
S'hòda&c.
ATTO SECONDO .
SCENA X I L
Vitleria , e TtaciUa .
Vd. T> Lacilla , e chi t* affligge > ^
Flac, X Un mancàtor di fede
Val. E chi è quefto inhuinano ^
FUc. Egl'c, lo dirò par^ egl^c Giuliano*.
VdL Non ti deue la vita ,
Come Tu a me fcoprifti^
E ciò noi lega ì Flac. Ingrato mi delude . Val. Della falma dilciolta
Non rimpioueri l'empio? Tlac. Ex non m' afcolta . Val. Sarìa forfè v n* inganno ^ Tlac. E perfido voler * Val, E del ritratto
Le difcoprifti il fegno? Flac. E con quefto li diedi il core in pegno. Val. A me porgi 1* iftelFo • Flac. Eccolo, mà perche ì Li da il ritratta. Val. Con qucfto fcgno
Io vuò per Te rimprouerar V indegno . Flac. Sarà vano attentato . VaL Deue efler retto Augufto . Flac. Per me non farà gmfto * Val Spera da me conforto .
flacJn
-SGENA XIU 7S flac. In tè dunque m' affido . VaL Di Pldio haurai la lede . (de.) Flac. Me ftelTa a Tè dourò ( ma il cor noi cre-
Ch*io troui mai coftanza NÒ nò. Noi credo nò: Fu vana la fperanza , Che già nel cor m'entrò.
Ch'io troui&c.
SCENA X I I L
Valeria .
Val. On qucft* effige y io fpero (morte
Uincer il cor di Oidio , e al fen di Toglier Settimio il mioGermano^E Cur- Mi Ichernifce , m' inganna 5 (tio E pur con si bei lumi , e sì bel labbro Diruìne al mìo core Amore fabbro.
Chi pili valevo chi piti sì L'occhio, ò il labbro della beltà, I Se l'occhio piange, > : J Ccnfk frange ;
Se il labbro ride^ J cori vccide • Ogn* vno in ferire più forte fi fa.
Chi più Scc. C 6 SCE- -
ATTO SECONDO.
S G E N A X I U.
Curtio , e fudetta .
Curt,
CcoT Idea del bello 5 Ma l' arco di quel Ciglio
I fiilmini minaccia, VaL Eaipio rubeilo . Curt. E mcrta la mìa fede vn tal rigore >
Rìfpondl anima mìa, parla mìo corc^ Val. L*anima tua , il tuo core ?
Dagl* alberghi di Bacco
Forfè il tuo pie difcende ì Curt. Tremolo il pie non giro,
Ma d'inudìto ardore
E' bcn'ebroil mìo core. Val. Puoi da mè allontanarti • Curt. Afcolta almeno Val. Le tue infanie ì Curt. Il mìo duolo . Val. Da Tè volgo le piante • Curt. E qual faflo si rozzo La ferma.
Gettò Pìrra dal dorfo
Per formarti nel feno alma sì dura? Val. Tù con frode ficura
PviTuegliarml nel fen per altri affetto ? Curt. La Dama ti credei , che Didio fciolfc Val. Più Didio non mi brama?
Cmté
SCENA XIIT. 77
Curt Altro feaibiante egli vezzeggia , Se ama^- Val. E Tu Tei più incoftante > Curt. Son Curtio , fon fedele , e fono amante • FaL Se riforgon le frodi
Cangerai più penfier ? Curt. Tolgalo il Cielo. Val. ( Son tutta avdor ) di gelosìa nel velo
Inuolgerai pili i lumi ? Curts Ogni Incoftanza j e gelosìa abbandono * VaL Abbracciami cor mìo^che a Tè mi dono,
1 Riedito bella, . ri n
^ rp X ' mqueltoren,
2 Torna, o caro, ^ '
^ Si fogga la noia , / Si chiami la gioia ^ ^ l' E folo d* afifctti y ^ E fol di diletti ) Sia il core riplcn . t iRiedi&c#
SCENA XV. ■
Archiuio Reggio .
CórnelU^ Oidio.
^nn. TXlTnquedaquefto fegnò
-L/ Col ritratto in matto
Rcftò certo il tuo cor, eh' io ti difciolfi > C 7 Did.
78 ATTO SECONDO-
Did. Anzi a nomarti Spofa ,
E mìa liberatrice a Tè ne venni. Ccrn, Parli fenfato!
Did. Ecco la deftra in pegno(ohDio,Placilla)
Corn. La fedeltà ti ^iaro ( Io fon d'Aagufto)
Did- Lealtà ti prometto (lì vuole il giallo.)
Cortié Mà perche meglio apprendi, (ni. Che non tende Cornelia à D idia ingan* Ecco il gemmato dono,^ Hi Che al feruo erploratoie io confignài.
Did. Com* è in tua man*
Corn* M* è caro, e *1 rieompràì^
Did, ( Didio che più richiedic )
Corn. Sian de Cofpctti intanto
^) idipate le nub I ( o caro inganno. )
Did. Splende ,^ e riluce il vero ( oimè che aP- - ' (Sfanno.)
Corn. f Fla! che ad' onta delCiel mi cinga il j ] fei-to luminofo. j ferine
Did. rdpnami ò Placilla jlo fon tuo Spolb,
Cf^m. Ti ilringó al ien.
Did. Qiìì doue fono intanto
De Cefarif ifòler ftretti inVolumì, Pria d'alcendere al fc)glio Veder le leggi y& idea-eti iovogllof^ Vanne o Cornelia , c pria , che il Ibi mi- 11 corfball'Emìsft-ro, ■ fi^ri
Uerralmeco all'Impero, Parteìj^eruan-'
( doferrAhhiuio. Corn.
SCENA XIT. 79 C(frn. In amore vn fido core
So far credere d'hauer;
Per desìo d'vn (erto aurato Finge il cor in fen piagato Certa Ipeine di goder
Jn amore &c,
SCENA X VK
Didio guArdmdo fer l* Archtuìo.
Did. Uefli fon di Qalrin gl'alti decreti ,
V^^Quefti fonode Celàri idiuieti,
<juefte le memorie, e qucfti Ì
Di Romolo , c di Tatio, e qui rimiro
L' vbbidienzc intere
Del Sarmata, del Barra, c dell'Afsìro^ SopA Quefto al fine c lo ftìpo wnfctuXìdh cure più gniui
lyfreMì qui dentro fconuolto E' vn numero di foglia Queflo fcrìue il Rè FrigioaPemnàcc: Quefto ; Il Re de l'Egitto : Quefto: l'Eroe Spartano: Ma di Cornelia vn me ne cade in mano, E che ferine al Conforte? Scorran curiofi i lumi il fuo tenore,
C 8 Ut-
ATTO SECONDO. Lettera .
Alto Monarca : di Quirino al foglio Vocid'applaufo acclamano Giuliano*
( Giuliano ! sì Giuliano ) Già per 1' ardite imprefe
^t, Ogni voce feftìua a lui fi refe ^forte
^, L'aman la Plebe , e i Padri , a miglior
Di Oidio arrìder può la fola morte,
Cornelia fcrìue ! oh Dio! la fola morte
Mi Lrama ! il fato eftrcmo
Mi toglie all'aure , ò Cieli!
Complice c del delitto,
E mìa liberatrice
Dourò creder coftei>
Fato , Cieli , Fortuna , O Numi , o Deii
NÒ , non mentì Placilla j
Ma /pergiura è Cornelia , e Oidio infano
Porge di Spofo all'empia il cor la mano^^
Sotto il foglio crudele
Rimprouero ben degno ornai fi noti
Scriue fitto il foglio , e finito dicfm
Tofto fi cerchi chi tel'porga auantc^
Perdonami , ò Placilla,
Il core è amante ancor : e fe gl'inganni
Mi Ipinfero a giurar la fé a Cornelia,
Fu per dar Sede al giufto;
Mà yiua il Cielo, oggi farai d* Auguftot
Lafcic
SCENA XV i: 81
Lafcio Tempiale vengo àvoiV Luci belle compatite, Perdonate Aqucftocord Vi fdegnaretej O mi darete Qualche fguardo almen d'amor.
Lafcio &c« ^
SCENA XVlj; H ^
Sotterraneo a piedi dell'appartamento di Pll*: cilla, che vài sboccar nel Teuerc.
IauJÌQ , con Situi , e lumi da vna fam atterrane do il mura uffre^o vna Sorgentf ,
foi Settimio. .-^'i
."-•'^
f4«/i jT^ Od impeto ardito
V-^ Le mura atterrate 5
E (enza timore ^ L'amico comprenda, eh* io fono al Tuo corto L' Orefte , PAcatc. Con &c. j ingo i ìA
Son diroccate in parte t Qìì il carcere c Tcoperto , e le rul
ruiiie Mi
8^ ATTO SECONDO. Afcede Mi fan fcala alP ingreflb i«/^p/>Bafta: che vn* vom vi cape^ sbarre-» tre at^ [fiano di rompere»
ferrate. Voce diy
Sett.di>Skte lame ò miniftri. dentre.J
¥du. Ò Ciel , che afcolto ! Seti» Forfè vìuo Tcpolto
Didiomi vuole entro l'auello ofcuro !
E'Faullp il tuo fcdel,che atterra il muro^
Per darti a nuoua vka. Sett. O cafo ftranoì
Fau. Porgiydeh porgi alla mh man la mano. Settim.l Eccomi amico, eccomi in quefto fpe- ^f^^* J .-r^co. Con/ufo.
E chi fon quefti feruji^-^,...,^ Fau. Di Cornelia,
JSett. Dunque la bella mi ridona all'aure > Fm. A momenti ti attende al proprio albergo^ Sctt. Queft* orrido (èntier dcme ne guidai Fau. Alla xaiagìon terrena
Douc Placilla alberga affretta il piede. Che il delitto gl'indugi non ricchiede: Sett. Hora mouo le piante ^
Mi ogni palfo, che formo, è vacillante;
Siete
SCENA XUU- 8|
Siete', ó Cieli impietositi Som* io deftojòpur fognante?
Il feno
Vien meno, Mi palpita il core, Ne diftingue il gioir dal dolore Queft* alma penante 5 faru^
Jm. Vanne puj-, clV agi* inganni
No andran più congiunti Aftri Tiranni.
Se goder Tu fperi vn giorno. Sol confida in quefìo cor ; D'ogni pena al cor intorna Saprò frangere il rigor. Se goder &c.
J Snuì firmano il iaìk^
ATTO
ATTO TERZO.
SCENA PRIMA.
Palazzo Pretonano sù la rìua del Teuerc con prigioni da vna parte,
Curtio ordinando a Miniftu il gettm i Fretorìani dal fropio foro nel Tenere.
Curtiù A Li* Jmpeto crudele
jC\ Suegliate il bracciolo Prodi,e dal- GÌ' indegni Pretoriani ( la mole
Cadan pur ne Hioi voli Icari infani. .
Prouerà lo fdegno mìo
Chi mi parla di pietà : Scura il ciglio Stia il periglio;
Dia la man forza al rigore ;
Sia ocl cor la crudeltà
Prouera &c.
SCENA
8tf ATTO TERZO.
SCENA IJ •
Curtìo j Didio , e foi VderU •
jD/rf* TTEdrà Cornelia intanto fra, sK V LVattofficato fogUo,
Con cui tentò la rea darmi la morte* Curt^ Didio , degl'Empj il labbro
Già nel Tcbro beuè l^vltima forte, D/rf. Ma Settimio , de mali 11 primo Fabbro
Non per anche morii Curt. Cibo dell'onda
Sarà tofto queirEmpio. Val. f Uiue il Germano ancora! a tempo ìa Curt^ Qui Valeria! Cgiunli} Did. Che fili Val. Monarca Eccelfo, (foj^ra^.Chc la pietà comparti^
Vna ftilla ne dona a qucfìo core r Redi in Vita Settimio': ( ceflo.
Confondi quella Salma, e a vn tanto ec» Scoprendo ancor pìctà,vinci tè fteiTo. Curt. fMifcra ) E' a lei Germano r J)td. Et troppo ardi. (fl%g.^ Curt. Egl' e lo nicghi? f oh Dio quanto m'at-
Di coftei il cordoglio J Pid. Ei troppo osò i Vai E a quella Dama ancor Tu l'ncgarcfli. Che libertà ti diè>
Did^
I SCENA II, 87
t>i(i Qiiefto noi sò . I Val. Perche > ' Did. Chi sìa dubito ancora.
Curt. ( Ah che il timor, la gelosia m'accora.^ Val. Dubiti ancora ! E come?
Mira chi fu liberatrice a Didio !
Li moftra il ritratto di PlaciUa. Did. (E come,ò Ciel, che confufioncO Dei,^ Curt. (Son tradito, e la fè l'empia mi giura ì) Vai Abbenche tactjui ogn' or m'è nota appiè- La Serie dctuoicafi: (no Queft'ècoleijche ti difciólfe^è quella,
Limofira il ritratto -, ej^i non l'of emano , e jìanno fofpefi. A cui deui la vita, il Toglio^il core. Curtio affifti Ualerla . Viano k Cmtio. Curt. ( Qjiefto di più ? fpcrgiura. j Did. (Ahi che dolore?
Cornelia è ingannatrice; Placilla è troppo amante; Ma Valeria fu mìa liberatrice.) C?^io. Val. (Siedono 1* ombre, oimè, d' ambo fui ci- Did. Curtio^ Settimio ornai fuor di periglio
Si ridoni à Valeria. Val. Gratie ti lendellcor. am. f Perfida, io moro.;
Entra nel lm^o delle carceru Val. (Così rendo in vn tempo A Settimio la Uita,
i% ÀtTO TERZO^
EtàPlacilk licore. I>tdiorefiaf€nfMÌu
Un lume di gioia, Vn lampo di fpcme. Un dardo d Amore
M'è dolce nel fcns vn piede difciolto , Se il bello d* vn volto
Miportail feren. 3 Vnliime&c. 1
Dii. (Ben comprendo le frodi 5 alta premura Dell* effige perduta hauca Cornelia , Perche render la fteflTa A Valeria douea J
Curt. Signor. . Settimio. . O Ciel. .
ToYM confufo ditUa Cmere^
Did. Curtio, che fia^.
Vai Che farà del Germano I
Curt. Alte ruine
Formò r empio colà nella parete. Indi fuggì per fotterraneofpeco.
VaL fHorasìjChepauentoJ ^
Did. Tofto la via fegreta ,
Oue sbocca, s'efplori , ou è la meta.
Curt. Uanne , e ofTema fedele.
Ad vn Soldato, che entra nella carcere,
VaL fEi cangerà pender.)
Cmt. (Com* è crudele, j Verfo VMerìa. t Dìd.
S C E N A I I j: 85^ Dìd. CS'ogni frode è fcoperta^i^^^^wo Vale Curi]
immobili guardandola
Io farò dì Valeria;
Màin lafciartijòPlacilIa,
Io fteiDpro (juefto core a (lilla a ftilho
SCENA IH*
Curtìo y è Valeria .
Curt. \ H! infedele , incoftantc#
Val. JTjL te a chi fauella! )
Cmt. Vcndiv^hevò. i mi 1 torti . (torno:
Val. ( Fuor , che me fteflfa altri non vedo in-
Forfe d'altro fembiante cgl'é piagato^
E con tnè finge fdcgno:
Ma viltà il Ciel faprò punir l'indegnoj ^ Cun. Accoftati infedele. VaL Auulcinati ingrato • Cun. Così la fè s'oiTerua?: Vd. Così cajagi le voglie? Curt. E mi dileggi > VaL E mi fchernìfci? Curi. Inìqua, VaL Così altier i Curt. Così ardita V
VaL E da qual Tigre mai fucchiafti il latte ! Curt. E da qual Serpe ,mai bcuclti il tofco ? t VaL Inhumanp3
curt.
93 ATTO TERZO-
Curt. Crudele, V^l. Dìo de Cori, Curt. Imeneo^ Val. Delufo, Curt. OffcCo^ Val. Arma il cor, Curt. Di furor, i ; , a 2. F/ di vendetta f V4. Chi le leggi violò Curt. Chi la fede macchio S Val. Curtio, Curt. Ualeria; VaL S'ardo più per coftui, Curt. S* io peno per cortei, Val. Mi fulmini il Cielo, a 2. Mi fulmini Amor, Val. Sorgimi in petto, Curt. Scuotimi il leno, Val. Megera /crudele , Curt. O barbara Aletto, VaL Chi otfefe quefto fen? Curt. Chi tradì quefto cor^ Vdl. Curtio : Curt. Ualcria: Val. Se per tè peno più ^ Curt. Se per tè nutro ardor, Val. Mi fulmini il Cielo , a Mi fulmini Amor,
SCENA IV-
91
Ocliciora nel Palazzo Celareocon due Porte, vna corriiponde all'appartamento di Cornelia,] altra a quello di Placilla .
eornelia , c fot Emoldo.
Cay». T A mìa fronte,il braccio,il piede JLj Giàfoftenta,c ftringe,e preme, E corona , e fcettro , e foglio, Sicderò su l'alta fede 5 E* ficura la mia fpcme : Del Timor rotto è lo fcoglio : La mia fronte &c.
Irnolde Appunto è qui Cornelia.
Corn. E che m'arrechi?
£m. Vn foglio, che mi die Didio poc'anzi.
Ma quefta volta il guiderdone io voglio» Corn. HaU!:aI grata mercede. £rn. Prendi Signora ( ho pur la poca fede ) Corn. ( Oidio al certo ini brama,
Quèft'oggi al Trono , e il foglio a luì mi chiama. ) Lo fpiega.
Im. (La lettera mi die , ch'era turbato,
Onde mi credo poco auuenturato)
Svfra la feandafic^ama fos) fi troua fctim.
Cqyìk
9t ATTO TERZO.
Com. „DeIl'Enortni tue gefta , ccnpb Cor- l^gg^ ^ , (mìigL
^,Rxmprouero al tuo cor sia quefto fo- glio:
„ Ti leiian le tue frodi , e Didio , e il fo-
Didio qui fcrifìe > oimèi
Ern. ( Calato è il guiderdone vn ter?;o affé. ) Legge dentro poi dice .
Corti, Che leggo? Oh Dio! che vedo!
Son le note , che fcriffi a Pertinace Perdar la morte a Oidio, ahi ferità!
Bm. ( Della mercè calata è la metàj
Corn. Empia forte , mi fei così molcfta!
Mi^n. ( Vn terzo fol vi refta. )
Corn. Fato , Ciclo, Deftino , empia fortuna ! Nel dolor mi confumo* mo^
£rn* ( Affé che il guiderdone e andato in fu- Perdo la gemma j e la merctde , e folo Quefta chiaue mi refta^P^ow fuori U chiaue. E quando mi credei d'efler padrone D'vn teforo ritrono vna priggione-
Corn. Che chiaue? chepriggion? chi te la dic#^
Ern. Quell'anima dilperfa, cMfcSri . Che il gioie! mi dono, Della prlggion neli'vfcio la lafciò T
Corn, D*onde ne vfcì Giuliano?.
Ern. Appunto , appunto. (de U ghia.
Corn, Amèh lafcta. GlieU leu,4 dimanp.e li ren-^
Prendi^
SCENA IV. 9J Prendi, e tofto parti. Mm. Perche il cambio è migliore ^
Pria, che fi penta 5 il pie moftri il valore • ( ^^SS^ preciptafamentCé Corn^ Ecco nuouo ftrumentoj
Per tentar la mìa forte $ (forte* Fa q[uanto voi fortuna , hò vn cor , eh* è
SCENA a
Plendor Setrimio taufto , e Cornetta^
fler. éT^ Omelia j e doue ftai,
\^ Or che Fauflo , e Settimio
Di carcere fuggito
Sbigottiti non fan doue cclarfii ,
E fono in mar d* affanni. Cam, (Ecco vn altro niiniftro a miei inganni} &ttt. Anima cara. Corn. ( Io fìngerò } Fau. Cornelia. Cor». Amico ^ Amante^
Deuo a Faufto la vita,
Ed* a Settimio il core* PdU. Son ficure le Salme in quefta parte? Sm, Siam vicini agi* alberghi di Cornelia
Doue pottem celarfi ad* o^iV incontro. Com. Ami più, chi t*adora> sm. Adori più^^ chi t*ama?
Corth
54 ATTO TERZO.
Orw. Tel* confeflTmo l'opre.
Sett. J o fon pur viuo .
Corn. Mercè Cornelia, e Fauflo.
Sen. Ad* ambo io fon tenuto^
Corn. Sentite, ò fidij in quello giorno al Soglie^ Giungerem;pur che cada al fuol trafììtto l^moldo , che fcoperfe inoftri inganni: Coftui potrk far nota ogn'opra a Oidio.
rler. ( D' Ernoldo , del mio ben vedrò Pecci-
Fan. Cada coftui fuenato. (dio>)
Corn. ( Mora il feruo , e m^arridi amico fato. )
Sen. Qui di coftui , entro l'albergo afcofi Si difcopra Tarriuo , c cada al Suola.
rler. ( Ad'auuifar il mifcro men volo.) Mentre (è fcr^artire^Corn. U richìma^
Corn. TùFlcrlda, Iler, Signora .
Corn. Hor cauta ofterua, ( palTb,
Che alle mìe ftanze alcun non moua il Perche non fian Icoperti.
tler. Vbbidirò.
( Non pauentar Ernoldo , io qui farò. >
Corn. Su le vele de la (peranza
Vola ardito il mio penfier Fuor del mare dell'incoftanza Di procelle Più rubellc Spero fiangere il poter
Sùle&c* SCENA
SCENA ÙI. Settimio Faufio , e Flerìda .
rler. \ Scondeteulhomai dentro Talbcr- -ZJl che Te fiete trouati, fgo. Sarete tutti due decapitati.
:f€tt. Parla coftei fcnfata ♦ ^ (braccio.
Fau. Non paucntar Settimio, ho core , ho
Fler. ( Non vorrei 5 che cadefìfe Ernoldo al
(hccìo.)
Fan. Alle no2:ze Cornelia già t* inulta.
Nella morte d'vnSeruo baurai la vita.
Sctt. Sì di Cornelia, oh Dio! nel bianco feno Con ifcherzo d^ amore Confonderò il mìo core.
Del mio ben le luci belle Sono, sì , le vere Stelle , Doue regna il mio deftin* Le pupille Son fauille, Con che Forma ogn or la face, E dal Ciglio fuo viuace Prende \ arco il Dìo bambin ♦ Del mio &c.
'intra miU portd di Cmidia .
SCENA
$c ATTO terzo:
SCENA V I J.
Faujlo , e Tlerida .
faufi. XJT A* fé già cadde ogni fl-guacc efan-i JlVjL Dall'amare radici (gue| Spero goder frutti fuauì vn giorno , Perche doue il tormento Già ruminò la noia. Con giubilo ijel cor nafce la gioia .
Vò fperando la pace si , Di penare non temo no. Co gì* inganni Fuor d'affanni Quefto core vn di vedrò .
VÒ fperando &c.
Parte fer la fudctta prta .
tkr. L'alma crudel di qucfli due Sicari) (zo, Saprò ben'io ammollir con qualche vez* E quando non baftalTe al lor furore , Con' vn bacio h fpczzo , e V alma , e il
( core*
Non V' è donna , che poflTieda L' arte mìa nel far languir : Di quefto mìo labbro Di quefte pupille
Mi-
SCENA UI J. 97
Mirando il cìnabbro, E in vn le tauille. Languendo, Stentando, Fi emendo, Creppando, Li bifogna aliin morir , Non v è donna &c*
SCENA U I I J.
tlacilla dalla fua fotta , e pi Valeria .
Hac, Q'^^ perduto la dolce mia Vka^
i3 Che fiar deue il coxQh ; lf mii Languir, e penar,:/^ Il rifo . Piulfo ^ Si muta in dolore
Gir affetti In rofpettì M* è forza cangiar . S'hò perduto &c,
VM. Non difpcrar Placilla,
Che il cria cangiò la Sorte # flac. E Didio • V^L Egli t* adora • Ulac. Mi deludi , ò Valeria ♦
D Val.
9« AT*ro TERZÓi
VaL D'vna Datma la lingua vnqua no men-
Flac. Uide 1* effige ? (te.
Val. E la conobbe .
Tlac. E poi ì
Val. L* aflicurai, che Tù*l toglierti a i nodi .
fUf. Mio cor, fefteggla pur, elFulta, e godi.
VaI* Uolgi il cor,s' hai cor in petto
Tutto affetto. Che il d'eft ino fi cangiò : Deh ! lafcia il dolore, . j^rtilCT v: ' che il Cielo d' Ahiore Per Tè fcrenò .
Volgi &c.
Eccolo, fìringi^abbrat^cia-^'
A quel feno,a quell^alma il core allaccia.
S C È-N A I X.
Didio iCuitib y TlacìU, Valeria.
, qìci' ni
FUc. T^XJób6n,r annodo. Corre per abbrac- Did. JlVX Oh Dioiche fai Pacilla> ciarlo^ egli
Scoftatì. fi ritira.
Tlac. Ma Valeria. .-ibnoVi J : Did. Sì , Valeria ci ofl^tUà . ' '^''^^
Curt. ( Quell* infida. ) Vlac. Valeria io non offendo , ' Did. E non l'offendi ad' abbracciar lo Spofò^
Che
SCENA I X-
Che ilgmfto li promette 2
Perdonami^òPlacilla . rUc. Come ì Val. Cile afcolto ? PUc. Jo tua Spola non fono ? Did. Ti fè cader l' affetto , io ti perdono.^
Solo a Valeria mi deftina il giufto • Tlac. TùIJalcriavd* Augufto> Val. (Jofondi iaflb ) PUc. E chi ti fclolfe i lacci >. Did. FiiUaleiia.
Plac. Impudica. Guardandola fijj^amente .
Curt. ( Mifcredente j f te >
PUc. D*vna Dama la lingua vnqua no men-.
Val. Sì, che verace è il labbro-.
D/rf. E qual conte fa >
Val. Non mi porgerti Tu l" effige affine.
Che formaffi con quefta, e con la voce
Rimproueri a Giuliano ^ VUc. Sì, màcheopraftl^ VaL E Tù Didio Sourano Lena fuori il ritratto.
Rifpondi ? à tè non dìflì Queft' è colei , che ti difciolfe, è quella A cui deui la vita , il foglio, il core ì Curt. ( Mi lènto già tornar in feno amore ) Did. Il tutto è vero . VaL E quefta
Non è Piacili a »e* colori éfprefla ?
r Li torna a mofir^re il ritratto^
100 ATTO TERZO.
Did. M* Ingannai , ò Placilla , il cor fi pente • VaL 55 D'vna Dama la lingua vnqua no méte, Vlac. Deh! Valeria perdona ava core amante. Curtio ( Curtio , t che dirai O Val. ( Qui è l' incollante J Bid. Ma peiche queft* effige
Da Cornelia perduta r^k ^/; oUif. A Te fii poi ricckieila ì ' i Tlac. Nott fuìafteffa • ? Tal. E' vn' altra
Non diffimile a quefta , . Che a mè die Pertinace . . Did. Ma la géma , che in dono oflFnfti al feruo
Piì di V aleria . Tlac. Eli' è d' vgual ftiuttura
MànonlaltelFa. Vai Oflerua, LimofiraU E fcorgijche di quellacmenviaace.(/«.t. Did. Si rauuiui ò Placilla in len la face • Flac. Viuerai più incorante. Did. Sarò fedtkj e amante .
Stringimi ilfeno , Allacciami il core : Adorami, ^ Contemplami, ^ ^' ^ Vezzeggiami, Che fon tutto foco , Che fon tutto ardore .
Stringe mi &c.
JR ejfàm imf nòbili^ ,giiardmàoJlC4rL€
Val. ^ $CE-
OWph li; i>
oint ìi^h iov F4/. /^.Hè penfi, ò federato? C/^f. Alle llientitre iìiìc,
Val. O a tuoi misfatti > C«?t. Noi nicgo, errai . i • c Val. E come >
C/^rf. Cbia'y>idi6> io m! ingannai ;
VaL \ iSei tu quel cor, che non fauénta il geol?
Qum: Ah Ir jc3ae ritorno degl'Amori al Gielo,
Val. , Scòi^ati indegno^. ' r b o
Cfirt. E la pietaté il ccaredd^ri i.
Non ti mòue J;;^? [\ ìcnr^hnyi ni
Nel mio feno , è ge^maAJSAm^ furore. Cmt. Pietà, mio ben , mercè>> n j i > Val. /Io mi commouo^ sbandirai dal petto
-.E^::ombre di gelosia? Cun. Vi fplenderà d'amor folcii fereno. Vdiì V'{ Piò non refifto iito ftringimi alfeno/
Cm, I. Luci belle voi mi ferite:
{ùù Amor^ e pietate
^oJi ii>^ \ Gol guardo donate, r r Ma denmt>:del feno , > rii JDo » p iaghd jnS afirite • ( moo {) Euci bcjle &r. .
tox ATTO terzo: Val. Giare labbra v<)i inVccidctc:
Col arco il rigore Portate al mio core, Mà poi dal mio petto ; r Le pen^ togliéte.^^ ''hH .:.rCare &c.' • - ./ ,
SCENA X Lji'.jin 10 K v^
^ orno j 3
Ernoldo \pi Settimio . Waujlo r $ Ikrid^ Brn. ' /^ HiS^^Q m quefti tépi è vn gra ma^- Chi ìi&jiàra è buon 1 cxDlare; / (itro. Chi non ha difcrezioiie è {ingoiare. Poca n'hebbe Cornelia i . a In rendermi il gioiello h n<yH Senza darmi il promefib Guiderdone; Promette 7 é ntilla attende^!. bH E al fin fi (cufo M Col dir cori leggiadria '.inoì ) Che il manc^p dif arok èftótzatìa.
Quanto fténta mal ya Seruo Jn feruir gente di Corte: S* e Pouèrot .^ii-i ri<j Ricoucro non hà; :v o'* fS'è ammogliato, E - oltraggiato » E quel che fpeio ofieruo, Di giorno è lepre ^ poi notte è cerno.
Fau. Eccoli Senio, .r^ - ..j.,^^ Sett. l^ralfero. [? Fau. Et io r vccicio,
Ern. Oimc^ Signor , pietà. (mio, P/mr/^Mifero Ernoldo, oh Dio! Faufto, Setti- foprag. P^r Imi chiedo il perdono . £rn. volete la gemma,io,vc la dono
ì^et Vf der Flerida s'amjìano guardando ft. Fler. ' Deh! larciatclo in vita. Setu Che riioluiam ì Fau. Non so,
fler, ( C^eflo feno di neue gl'Incanto, J) Sen. Coftej potrU (coprir forfè il delit-"^ Fau. NÒ, che ferue Cornelia • f to. l Fra Sen. . JlS^ruo adora , fra. poro.
E.prc.uale l'Amorino vuò che mo-J Frn. Flerida , aita , han rifoluto. FUr. Taci ,
Ne pauentar. Sett. Ua. ti rendo la vita,
Ma fuor da quefto Cielo homai t'inuola,
Se no vuoi, che il mioacciar beua li tuo £5». .i^p(^p fuori del Mondo. (fanguc, Flcr. TiringraciOjòSignorf di gioia abbondo j
T'afcondi in quella p^vtc. Si ritira Ermi-
(do da vnaparu, S€tt: Così refta la vita a vn' infelice,
B>'dirtefa è Cornelia. Mu, Ip non {pero f euento si felice, aui D 4 Spe-^
iG4 Atro TEaza ^.
speranza, '■■'^'^ u o?^3 ì ^ Se ti chiamo maffKÙ trùiele^ I^eaami,
Toglirni ^ ' ^ La liberta» ; - ^
Abbaftanza mr bbiifolo , ^ ^oni>t> Benché proUi-ac^rbb duolo Nelfb|iìrevna ^
- ' Speranza &c. ^ Parte: Faujl. Lafciar ,che Ipìn il fcruìà aure ài ùita !
Troppo y^n ni il penfiero'. ' Fler. \CNutrè coftuì 'nel capò vn grad*4iumore) faufi. Ahi thè comincia a difperarei|^re.
O fperan^La, ircntltarperÀnza, " ' Dilpenito vuò; guèrra coh^^
' -Ricetta - - ^ < '■•"^^ ''\ '
Nel petto ' " Ti die la coftanisà^ . . . •£ fici-a • ■ -'^ ■ ''^
" $?aera ' ' Tradirti mia Fè. ^
O {^V.Sctì ' SC EN A'XIl. -d^^^-^^'^
mì^({ ui^'; Èrmldo torna fuori , Fleridd^ .
■ ÈÌ^^'yt noO (taz Fler. A Mbo fon già partitiiEyòfdtf'a^^ jnL. Ernoldo Idolo mb , che fei ^ ftt
SCENA XIL loj Erw. Solo ron'io ferito. Iler. Douc > fcopri. £rn. Non poflo . Fler. Perche? Ern, Tengo la plaga
Troppo balìa , e nalcofa J Iler. Ah ! che di tè fon* io
Pili fieramente aperta, e lacerata. Irn. . Quefto è noto, e fé meco
Tù guerreggiar vorrai.
So che la tua ferita è grande aflai. Iler. Mà di qual' ira accch
Tentar color di toglierti la vita ? Brn. Altri fan le pazzìe,
E perche non fian note, hanno T vfanza
Di trattar chi le sa, come vederti;
E già Tu lo dlccfti , in mille imbrogli
Sempre il Mondo lì varia.
Al fin gli ftracci fon che vanno all'aria. Tler. Pria che quefto fucceda, ^ .S'coprafi il tutto a Oidio , ei folo intenda
Le tue giufte ragioni. irn. Uado veloce, ei punirai felloni. Finge far-^ Ucr. Fermati , doue corri? (tire. JPler. b tiene.
Cosi fi ricompenfa.
Chi ti faluò la vita? JErn. Sanata e la ferita . fimge. Fler. Ah crudel, cor ingrato!
Io che tanto radoro,
D 5 Io
IO* ATTO terzo:
J o che . . b afta • • Si morde il dttif
Lrn. Non piangere.
Che V amerò :
Confortati,
Confblati,
E cefiino
Le lagrime ,
Che Spofo a Tè farò» Non piangere &c.
Fler. Tu fcherz.!.
Bm. Ecco la mano.
¥ler> E'ficura mia fede?
Brrt. jo Ichei-^arei , fé ti porgefli vn piede»
Iler^ OJmprouiia d'Amor grata mercede!
(S'Abbracciano^
a z Stringi jftring!,
1 Allaccia
2 Annoda
a z. Duebei volti, ò Dìo d'Amor, I Quefta faccia tutta vaga z Qiiefto Ciglio tutto bello ^ 1 Sìa il flagello 3 D ogni cor.
Stringi &cJ
SCENA
107
SCENA XIIJ.
Didio , foi Cornelia .
l^ìà, là, come intefi, dalla vìa fegreta,
VJ Che del inio ben coduce al bell'al- Hebbe Icanipo Settimio ; (bergo Ma douunquc refpiri aura vitale, Tributi al proprio ardir pena fetale : Ma qui giunge Cornelia ; Ha il foglio in Con che baldanza^ó Cieli > ( mano.
Corn. Così fcriuijò Giuliano, Ad vna Dama iiluftre, A Colei, che da ceppi il pie tifciolfe^
Dld. Il pie mifciolfe? indegna, Leggi , leggi quel foglio •
Corn. S* appaghi il tuo defio.
Lettera ^^^^ monarca di Quirind al foglio J Uoci d' applaufo acclamano Giu-
Bid. E che dirai? fliano.
Corn. Maquefta {^\\x{io. Non è efpreflion d'affetto?, e il vuole il lu rimirar gradito il fangue Augufto ì
Dld. Io non lo niego,
Corn. E bene ?
Did. Segui barbara , legni ,
Lettera^ Già per T ardite imprefe
J 5, Ogni voce fcftiua a lui fi refe.
Corn. E qui , che dici ì
D 6 Conu
io8 ATTO TERZO.
Corn. Applaudo alle tue glorie . Did. Hora leggi , e vedrai. Corn. ( U'inuoco , ò Cicli j (Torte ' Lettera T„ L'aman laPlebe ei Padn\a miglior j DiDidio, arrider può la fola morte. Did. La fola morte, mdegna. Corn. Sì Si, la fola morte, Did. O^ che femina rea !
Di Oidio arrider può la fola morte ì Corn. Non per anche apprenderti
I primi rudimenti^
Leggi, meglio, ò Giuliano.
Li mofira la leterra , leggendoglitU con r appuntatura guajiata. icmu 1» A miglior forte di p,*dio,
J Arrider può la loia morte. Did. Numi, fon defto,ò fogno ^ prende il foglio Corn. Io fol m'intefi, {ìnmano^confiderandolo.
che vn dì di Pertinace il Fato eftremo
Hauria figliato a Tè forte migliore^ Dìd. E'verOjE' verojcgl'èdiftintoil fenfo* Corn. (Sento agl'ingani miei giuhilo immenfoj Did. ( Son facile ad'errar, fcufa, ò Cornelia. ) Coru. Ma ih ciò non ti bafta
Per farmiti conofcere la Dama,
Che ti difciole ; afcolta;
Chi polfedca del carcere le chiaul^ Did. Forfè il Regnante eftinto. Corn. E poi Cornelia:
Li mQ^
SCENA XllJ. 109 Il wo/?r4'7 Mira le di Giuliano io fui l'erede? U chiane. S^^^^ il Trofeo della mia fede*
Did. Deh! condona il delitto. Corn. ( Refpiro. )
Dici, e Dal dolore io fon traffitco. ) Did. A Tè ritorno IO Leila CoYn. A Te mi dono J O caro.
Corn, Lafcia deh! lafcia vn dì
D'cfler così Incoftante Credi folo a vn cor, eh* è fido^ Ad'vn'alma, che a Cupido, Per Tè faci'à il core amante.
Lafcia &c.
Cornelia parte , poi fi ferma ad af(idtar9%^
SCENA XIV.
Bidio , Ernoldo , flerida •
I>id. T) Lacilla anima mìa,
X Ti lafcio anche vna volta .
Tler. Sire. g inginùcchUino .
Irn. Monarca •
IPler. Le mifericafcolta,
Erti. D'vr' infelice .
D/W. Uttfolfauelh.
110 ^ ATTO TERZO.
Corn. ("Ville per anche Ernoldo> )
£rn. Fui Temo di Cornelia , mei La rèa M* adoprò in mille imbrogli Di ritratti , di lettere , e d* inganni A Tè, Signore, orditi •
Corn. ( Settimio traditore )
f Alfin volle coftei da me la chiane , Neirvfcio della Carcere lafciata Dalla cofa ammantata: E perche non fuelafli ogni fua frode , Impofe a Faufto con Settimio vnlto. Che qiiiui mi toglieflero la vita ; Con barbarie inudita , e T armi ignudo
afialiro gì' indegni , E fé per forte non giungca coftei , Hora con Radainanto io parlerei -
Corfk (Ahi Flerida infedele J
Did. Empia Cornelia , indegna.
Corn. Hor del tutto difpero. lontra
( nella fua fotta»
Did. Faufto , e Settimio in Roma ì E a me tendono aguati ?
Her. Deh ! fa Signor, che fian tofto impiccati;
Did. Ite , che il cor degl' empj
Queft' hoggi proucrà barbari fcempj.
Faufto, e Settimio In Roma ^
E Corne lia m* inganna ì olà partite •
Fler, Andiam, eh* egl' è lunatico . (co.
£rn. Guarda al Cielo , che pare vn matemati-
Did.
SCENA XIU. Ili pid. ITalerìa,oh DioiPlacilla^oh Cicl! Cornc- A chi di voi la Sorte (Ha Mlcleftina> rler. Partiam eh' è vaneggiante • ^ £rn. EgVè paZ2.o,volgtam tofto le piante, p^r-
( tono •
Dìd. Doue fono ì oh Dio ! noi so :
A Placilla io volgo il pie? Ma : Cornelia m'ingannò i A chi deuo il cor , la ie ì
Doue&c*
S C E N A X V.
Taufio^ Settimio con ferai amati y Cornelia con vn fefuo .
Corn* C 'Ogn ■ ingano fcoperfe il feruo iniquo^ i3 D*ambo è la colpa^a sìgramale inta- Come v'impofijil farmaco ap^reftate.fto
Seti, Tentiam V vltime proue : Di Placilla Sii l'albergo s'attenda,e in mar di fangue Cada il nemico efangue .
Corn^ Già formai quefte note, c meco è il feruo Per additarui il tempo (Limofiravna In cui verrà Giuliano. lettera,
Vau. E'T ingreflx:) focchiufo , S* entri toftojò Settimio ^
$etf» Faufto^fon teco alla fatale imprela»
iiz ^ ^ ATTO TERZO. fan. Ho di rdcgno,e d'ardir qiieft'alma acce^. Entrano co alcuni firui armati nelle Jiax.e ai l^lac,((dL.
S C E N A X U J.
Cornelia , pi Didio , e Curtio .
Corn. /^ITeft'è la frode cftreima ;
V^^Pera Giuliano, fiederò fui Soglio; V' ' Cada Settimio,afcendcrò fui Tro- CldalVn,pcral*altvo,io soRcgnate:(no; Qui giunge appunto, e fcmbra vaneggia- .V / ' Si ritira in difparte. (tc^
Did. Doue fono ^ oh Dìo ! iìx)l sò :
A Placilla io volgo il pici
Curt. Didio, Signor, rifueglia i fenfi opprefli
' Da letargo sì rio. Did. Curtio, a chi deuo l'alma, il cor, la fede? Cunt* Di Pkcilla il tuo cor folo è T erede . Drrf. Ma Cornelia, nr inganna > Curt. Ogni frode de l' empia è già fcoperta*
Si volge impetuofo. * .'ì Did, Faufto^e Settimio in Roma,e douc fono? €t4rt. Gadran^non difperar, de l'armi al tuono. Did, Dunque a Placilla fi rluolga il piede . Corn. ( Vane a Settimio, veda j Gerw.^/.i vna lettera <:urt. lipietiicguc. (ALfa'uo^ che mt^J- nella portà (diPlof. Did.
SCENA XVJ- 11 f
])id. Ma nòcche Talma offeC^à Dtd.torn^ìndietro.
Vuol pria veder d'ogn'empio le vedette» Corn. ^Rjuolge il piè! ScGpij la mina eftrcma»^
Giuliano, ~i 0 2
Curt, Qui Cornelia! l)id, O che mentito voltot -hv
Tefifonc crudel,più non ti credor Corn. S^^ tua Liberatrice non mi credit
Porgialmeno r orecchio a quefte voci; Did. Parla, donna mendace, C{?r«. Jo fon fedele; n :ir;, /w vv ..^
Se rè cara la vita, v^^rrn no:> 1
Non t'inoltrar, doue Placilla alberga. 1 Dtd. Ah ! Spergibra : E perchb^j^-: . "i Corn. E'Placilla, Idolatra di Settimio;
E 1* inuolò da C^uernòfi marmi
, Pe r fott errene a ft r ada 5
Wor n^lle proprie ftanze il tien celato ,
Perche x:ola t*vccida[ y ^
Se ^uefta è frode, mi confcflb infida, I>id. (In qucgl'alberchi e il fótte rraneojp^;?/!f# Curt. Sire, /.JU^;^ ' Vv^n
Guardati da coflei •
ITanne a veder, fe colà fono i rei ♦ Com,:i($ótì Regnante; gioke ,ò pènlitt Curt. Obc diÌo*i^]^ ' (Pam con h^guàdie , & Did. Cornelia", ^ ' (entrà WU^ pru dì pUt^ Ediciò m'afficurl? ^ ^
; Om* Con isborfo di fangue Paghe-
^14 fiTTO TERZO .
" "^V^^^^^ghcràxjùefòa vita i miei ingctnnu ^Ìif.L ITorna il cor^torna l'alma infra gl'affanL^
SCENA X V I J.
VUcìUa per altra fart^\ e detti *
Corn. ( in* Qui Tempia nemica ) (lìa) jP/^c^ :jQ Didio^mio cor,mia vita (qui Come- Did. Ah!>lacilla,PlacilIa. Corn. (Ardir mio core J ;i ( ^ .
r/^f*, Son tua Spofa , p fe:dele.4f; 'j ^ J)ìi.; ;Atìzidrei mìa nemica , e^fci crudele » Oh Dio 1 carnei* pejccb^*? qc . ri /
Che miglouà il dir: ìomoroj 3e pietà noa h^i per me, ^ c:^?.!^:) noh Ir Sperò 1* alm^ h^uer riftoro^ Hqv' fcherpifci Ja^mìa^.
• SCENA XUIIJ- ^Thi' Curtto , con Faufto^ e Settimk inQatemti? e iettu
Culft. in V' Placilla la rea, mira gl' ijii49gnu
nìd. A. Ah ! barbara inhumana.L ^dO ,i'<*^'>
VUc. Quelli ci^igmi fon quefti I i l roO • "
• CQfn. (lo fon Regnante,):: ób ib H
SCENA XUIIJ. %if Ecco , ò Didio , I rubelli, - - ?: c? Che minacciar mine al reggio alloro • Sen. ( Cornelia mi tradìj lAufi. ( Settimio 5; io m^VQiì > : Did. Chi mi donila morte
Nc]Je tue ;a,fcpndi ?
Hac, DidiOjfon frodirO Ciel,t\ì mi confondi Ctért. Pria, che ftretto in catene^ a Foflc l'empio Scttrmipj v^ 1^3 \ l Ei quefto foglio lacerar volea , a ;^.r ^ Mà la mìa deftr4 I\qn 4i^ tempo all'opra.
, -.ii Lido. U lettera. >
T>id. Ciò che coptfen fi fcopra . ^ Corn. (Son j)erduta,aftri rei,no y*^ pi4;C^^?^£fe^ 'PUc. Afliftimi, 6 Fortuna» ri e u>
>, Settimio ^ armQtalil jbranào,' ( ghi, '^^'^^^•IjV Che a momenti wr^ìDidio agtalber- Oue t'afcondi; vccidi,e fuena ardito, ,i;Ck' ^mbp al Tlrono: gì vuol fato gradi- i/iuj4.^>^iC0r3»elia* (to*
P/^r.?Scelerat*|.T.aub^^i !^qq.;2 C/^4;;|£ porrne, /
>liKxd§gna„ - ^ ^ T
Corn. ( Laceratemlal rern,farie d^Auerno )
•D/W. ClH'dirai me,pzognerar?
P^^f^^ Pirò, che fu la Sorte a me leuera .
ìùd. S'annodi anche cofteJ : 1 Seldati la cir^
E voi 5 barbari , atroci ? {condano .
Sm. ( Ah i dura Sorte )
iitf ÀTtb TERZCy. Did. Succeda a- vn* empio ecceflo empita E Tu belk Placilla^ ^ (morte:
Tu mia liberatrice^ ^ ^>^^ > * -v ^»
Tu vieni meco al Sògfio^t J^c ) .i[\ur. » P/^^-. Dal tuo fènò - ^-^ .
Non m' inuólò ^nmome nto p -Gioia, J Oiiboii ao^^.'ibkl P/^ì:. Speme / ou nfi ^i^ii^ \svf v
a z. ContentO;P^^'^^^l4^^f]r" V ? :JlUj4 Curt. A pie del Trono^òuc Giuliano vicende
S' incatenino i rei , - vh, ? - iSe/f. oh SteMè-j
JF4«/?. OKNumi,: 4 ''^^^^ • ^ ^^'^ -^^^ Ci*i^;^; ' dhDer*'-^'^^'^'^^^-^^<^^- no?) Correte a lacéràritii, ilA Cerafte aùuéilenate; c nel mìd c^rc Fate di più dolori vn ibi dolore*
M ale d^i^tS sia queir bora j '-'^ tJhe' 1': Aurora
Seppe aggiungerfìa miei Saì '^ - Troppo fiero fu il péiifie'ra Di quell'Aura allettaticeli" (on ! >jA4 €be iiljfeli<?g5Ji^ * ^ ^i^-l ) •«'^^^^ Qliefto eor gia pàrtoìip. -^'^ Maledéita«iti
Male*
5CENA XVIIJ. iiTt
. - 1 Maledetto sìa quel punto, ' Che congiunto Quefìa falma incominciò; • V Troppo irato ,
Dlfpietato
Fu quell* vtero materno,
Che in auerno
Per formarmi penetrò .
Maledetto &c^
SCENA XIX.
Piazza adornata per Mncoronatione djDidio$ qual viene tirato da due Caualli, Regia- mente adornati su Carro Trionfale con Placilia.
Som incatenati Faufio , Settimio*^ & infine Cornelia a i lati del Carro.
Did. in Ur noti a Pertinace i noftri Amori ? Tlac. JL E per quefto a me die la chiaue , e il
e foglio.
2>/rf. Demque a ragion Tu fie di meco al foglio;
ATTO TER20 -
Did. Siedo in Trono,e fon Regnante^
Ride il core, e brilla l'alma. Che trouata già là calma, Gode al fine vn bel fcmbiante* Siedo &c» Siedi»
SCENA VLTIMA.
ValerhjErnoldorCornelia firetu in Catenese detti.
VaL Q Ire , giorno fi fàuflo
i3 Funcftcrà del mio german la morte! Did. Troppo grane è il delitto» Sett. ( Aita , ò Sorte. ) VaL Curtio; s'ei cade al fuoKpiù tua no fono. Curt. Troppo m'aftringi , ò Bella,
Sire per quefta deftra.
Che s'armò tante volte a tua diffefà,
A Settimio perdona , indi concedi,
Che a Valeria m'annodi. Sid. Curtio, fe in tua preda,lior fìa tuo dono ^
E di Valeria il fen premio maggiore:^ i. Curt. Gratie ti rendo : olà cadano i nodi,
E a te conl'almà hoggi confacro il corcà Val. Queft'alma annoderai, Nume d'Amore. Sen. f Cieli, refpiro ancora. J Curt. (E pur conuien ch'io mora, j h'ier. Vedi mefta Cornelia, e incatenata.
Ern.
SCENA yLTTMA. jE^n. Ajraen foire 4aì intorno vf n pò friiftata-v Seti. EcceUò Sire, inaolontario io vino.
Quando cade Cornelia. Did, Uiua Cornelia , e sìa tuai Spofa. Corn. O Cieli! i
Ritorno a nuoua vita* f Did. Ma Faufto in bando eterno
Tofto volga le piante. tau. Io ti ringratio , ò Sorte,
Che no mi copre almeno il vel dì morte» Jler. Deh Cornelia , perdona,
Se il tutto Con Ernoldo i Dlàìo aperfi ,
E fcufa vn core amanto.
Che noi volea veder preda di mòrte. Corn. Il tutto a Tè condono, ("dono.
E a Oidio, d'ogni error chiedo il per- Ern. Monarca. Did. E Tu che chiedi > Ern. Concedi che cortei mi ftringa al feno? Did. Ti fìa concedo. Pier. O Cieli, io vengo meno. Ern. Abbracciami. Eler. Vezzeggiami . Did. Alme , vniteui in Amor.
E Himeneo vi ftringa il cor. Vai Mio cor. Curt. Mia vita. Corn. Anima mia. S^tt. Mia fpeme.
120 .^ATTO llj. SCENA VLT. TUc. Pivi i cafi auuerfi quefto cor non tcnifi
Care Stelle, homai togliete Dalle Sfere il più bellume, E con fulgido coftume Voftri ardori qui pìouctc* Dalle Sfere &c*
Il Fine*
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